Sono trascorsi ben 20 anni da quella leggendaria semifinale contro i tedeschi

Nella numerologia il 3 è quello perfetto. Soprattutto nella narrativa, che sia su carta o addirittura visiva, rappresenta l’apertura e chiusura di qualcosa. In fondo, come abbiamo appena detto, nel mondo del cinema lo abbiamo visto tante volte, con le classiche trilogie. Eppure cosa succede se questa piccola e potente cifra lo accostiamo anche al mondo del calcio? Già cosa succederebbe? La risposta non può che essere positiva: la trilogia perfetta. Tre partite in tre campionati mondiali diversi e quasi vittoriosi. Le statistiche non mentono, in fondo.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’inaugurazione di questo trittico spumeggiante, irripetibile e leggendario, si ebbe il 17 giugno del 1970. Si, proprio quel giorno, quel mese ed anno già celebrato nella serie di speciali interamente dedicati ai due mondiali messicani; in questo caso in quelli del 1970. Dopo quell’esplosivo 4 a 3 molti erano portati a credere che, forse, non ci sarebbe stata un’altra vittoria così.

Infatti, avevano ragione a pensarla così. D’altronde, nessuno era in possesso della sfera di cristallo con lo scopo di riuscire a prevedere il futuro e scoprire che l’11 luglio del 1982, alla stessa vittima di ben dodici anni, le avremmo riservato un trattamento peggiore.

Infatti, dopo i mondiali spagnoli tutti quanti eravamo convinti che non si sarebbe stata nessun’altra vittoria più bella di quell’11 luglio. Mentre quella del 17 giugno del 1970? No, quella ormai era entrata nell’olimpo dei match inarrivabili ed imparagonabili; almeno fino a quando il destino, la storia o, perché no, anche il Dio del Calcio, non si divertì a far scendere in campo, sempre per un campionato mondiale di calcio, ma in semifinale come nel 1970, le due nazionali di Italia e Germania. La data? 4 luglio del 2006.

No, non si tratta del 230° anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America, ma di quel terzo capitolo della storia, infinita, tra queste due rappresentative nazionali e, in fondo, lo sappiamo. Dopo lo speciale introduttivo di venti giorni fa, sui mondiali di Germania 2006 non siamo più ritornati. No, non ci siamo dimenticati. Solo che, per non appesantire troppo la nostra offerta di articoli e di speciali, abbiamo pensato di non rincarare troppo la dose visto che i due mondiali messicani, insieme a quello attuale, si stava prendendo troppo spazio.

Così torniamo alle origini, un primo speciale secco per celebrare quella che è, nei fatti, la vera vittoria della nostra nazionale in quel torneo. Prima di proseguire, però, è cosa buona giusta non tanto fare delle premesse, semmai chiarire con delle precisazioni alcuni dettagli apparentemente inutili, per non dire addirittura pleonastici. Nell’immaginario collettivo nostro il 4 luglio, nella sua essenza, è fortemente connesso alla convinzione, errata ma in maniera del tutto involontaria, che la nostra nazionale italiana di calcio, allenata dall’allora Commissario Tecnico Marcello Lippi, abbia alzato il trofeo quella sera stessa e non qualche giorno più tardi, come poi effettivamente accadde. Ovvero il 9 luglio, nella notte di Berlino.

Ma la semifinale si tenne a Dortmund e non era solo perché si trattava della terra tedesca; no, ma per il semplice fatto che il Westfalen Stadium, di Dortmund, nel tempo, si era trasformato nel prezioso fortino della nazionale tedesca di calcio. Dunque, una missione davvero proibitiva per i ragazzi di Lippi. Ma, visto che non abbiamo pubblicato più nessun altro speciale sui gironi, gli azzurri come giunsero a quell’appuntamento?

Come giusto che sia, però, partiamo dai padroni di casa, i quali li avevamo lasciati, nel primo speciale, a strapazzare la Costa Rica, nella gara d’esordio ed inaugurale del mondiale 2006, con una piccola premessa. I tedeschi, in quell’edizione, rispetto a quattro anni prima, mostrarono una leggera inversione della qualità in mezzo al campo.

C’erano più giovani e meno figure di spicco del passato. Da tempo non c’erano in mezzo al campo i vari Voller, Matthaus, Basler, Moller, Sammer, tanto per citarne qualcuno e senza un ordine cronologico ben preciso. Anzi, qualcuno di storico c’era, ma per ragioni anagrafiche non poteva più scendere in mezzo al campo. Si trattava dell’iconico attaccante dello Stoccarda, prima, e dell’Inter, dopo, Jurgen Klinsmann. Quest’ultimo, in quella spedizione tutta casalinga, era il commissario tecnico il quale, già durante la vigilia del torneo, aveva ricevuto diverse critiche su come gestiva ed allenava la nazionale tedesca.

Critiche che si appianarono solamente dopo la quaterna contro i centroamericani; tornarono quasi alla stessa intensità dopo la vittoria, al novantesimo, nel secondo impegno mondiale contro la Polonia, per 1 a 0, con gol di Neuville. Per poi tornare a placarsi dopo la tripletta contro l’Ecuador. Un 3 a 0 che non ammetteva proprio nessuna replica.

Come non ammetteva nessuna replica neanche il 2 a 0 rifilato alla Svezia negli ottavi di finale. Discorso diverso fu quando i padroni di casa incrociarono l’Argentina di un giovanissimo Lionel Messi, ma il mondo non sapeva ancora chi e che cosa sarebbe diventato quell’anonimo giocatore argentino. Il mondo stesso, però, non avrebbe neanche immaginato ciò che si sarebbe materializzato sul campo di Dortmund, dopo che gli stessi padroni di casa riuscirono ad eliminare gli acerrimi rivali ai rigori.

Qualcuno, però, più che un’Italia – Germania sognava la rivincita di Italia – Argentina dal 1990. Ma alla fine poco importa. Dunque, se quelli della Uber Alles arrivarono, comunque, con qualche difficoltà al penultimo atto di quel mondiale, i nostri invece come ci arrivarono?

Per la nazionale di Macello Lippi il discorso è completamente diverso e non basterebbe né un mini – speciale, né uno speciale e né tanto meno un reportage intero per poterlo fare. Eppure, in qualche modo dobbiamo affrontarlo e basta una sola parola per esemplificare il tutto: Calciopoli. Fu lo scandalo più grosso che il calcio italiano si vide ad affrontare dopo quello del 1980 e che portò ad alzare la coppa del mondo del 1982.

Dunque, il nostro cammino era tutto in salita. i nostri eroi, termine non retorico, erano ben consapevoli che semmai avessero commesso un errore inteso come atteggiamento, inteso come qualche parola di troppo e, appunto, una partita o venir eliminati nel girone, agli ottavi o ai quarti non ci sarebbe stato scampo…

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