Il pestaggio di Rodney King rievoca ancora ricordi di una ferita mai veramente chiusa
Proprio nel caso di Medgar Evers, le cronache dell’epoca ci ricordano che qualche giorno fa, la settimana scorsa per essere precisi, si sono celebrati i sessantatré anni dalla sua tragica scomparsa. Era la notte, come più volte ricordato soprattutto da parte nostra, tra l’11 ed il 12 giugno del 1963. L’attivista dei diritti civili venne assassinato, sparato alle spalle, da un fanatico del Ku Klux Klan nella stessa sera in cui il Presidente John Fitzgerald Kennedy parlava alla nazione dei problemi della nazione; problemi attinenti ai rapporti tra bianchi e neri, in modo pacato, equilibrato e con una lucida analisi su come doveva essere affrontato tale questione.
Un modo che ancora oggi, nella sua essenza, farebbe ancora ‘scuola’ per tutti coloro che parlano impropriamente di tale tematica. Ci permettiamo di affermare tale verità non tanto per condannare, anzi, ma per poter garantire un maggior confronto di opinioni, seppure diverse, e che ugualmente possano portare ad una soluzione bilanciata e pacifica per tutti.
Oggi i toni sono troppo accesi anche per riuscire a comprendere quanto accadde il quel marzo di trentacinque anni fa e, contemporaneamente, per comprendere ciò che accadde, persino, il giorno 17 giugno del 1994, giorno in cui venne inaugurato il primo mondiale di calcio americano della storia.
Non è un caso che abbiamo voluto concentrare questi due speciali e reportage, nello stesso periodo di tempo; evitando, così, la mera dispersione della tematica e trovando, come appiglio proprio la fuga, leggendaria e drammatica, di O. J. Simpson. Come sostenuto nella parte relativa alla vicenda, dello speciale dedicato al primo mondiale americano, per comprendere quando successe nei giorni successivi al super citato 17 giugno si deve risalire a tre anni prima: il 3 marzo del 1991.
Premettendo che la vicenda che andremo a ricordare e ad analizzare appartiene alla dimensione della cronaca, settore di cui FreeTopix Magazine non si occupa minimamente, tratteremo questa vicenda dal punto di vista neanche sociale, ma dal punto di vista meramente storico. Vi dice qualcosa il nome di Rodney King. Lo sappiamo che ai più giovani può non dire nulla.
Ai più grandicelli, invece, da qualche parte della nostra testa, in qualche cassetto della nostra memoria il suo nome, anche al solo leggerlo, ci dice molto di più di qualcosa. A dispetto del cognome, King, non possiamo sostenere neanche che fosse un lontano parente del leggendario Apostolo della Pace, premiato con il premio Nobel ed assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968.
Rodney Glen King non era famoso. Non era un cantante, un attore o un campione dello sport americano; non è mai neanche stato un attivista per i diritti civili. La sua anonima esistenza lo portò ad essere un umile tassista in quella che è sempre stata definita la città degli angeli. Una sera, e non una qualsiasi, mentre rincasava, forse proprio dal classico turno di lavoro, venne avvicinato da una macchina della polizia e segnalato dagli agenti dell’autopattuglia per eccesso di velocità.
Rodney, invece di fermarsi, come avrebbe dovuto fare si diede alla fuga per motivi che, da un lato ci sembrano logiche ma dall’altro lato no, ma fra non molto ci arriveremo. Andando con ordine, la sua corsa, rocambolesca, durò per ben 13 miglia per poi decidere di accostare e fermarsi.
Una volta sceso solo dopo che gli fu ordinato dagli stessi agenti di polizia impegnati nell’inseguimento, King nello scendere alzò sì le mani ma, contemporaneamente, ridendo e salutando ironicamente la pattuglia in elicottero che accorsa in ausilio alle autopattuglie. Fu a quel punto che i poliziotti, sentiti presi in giro, scattarono in un modo in cui non avrebbero mai e poi mai dovuto agire. Come anche lo stesso Rodney King non avrebbe mai dovuto scappare e, al tempo stesso, irridere gli agenti che sorvolavano la zona in elicottero.
Si potrebbe sostenere che entrambi avevano torto e dunque nessuno dei due avrebbero potuto avanzare delle ragioni valide. Si, ma a rigor di logica è solo un’ipotesi remota, perché ciò che accadde fece ripiombare, non solo la città di Los Angeles, ma gli interi Stati Uniti d’America in un incubo che si pensava esser svanito dopo gli anni ’80. Difatti, un videoamatore di nome George Holliday riprese quello che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio immortalare con la videocamera e, oltretutto, di consegnarlo ai maggiori network dell’epoca; oggi si parlerebbe di media tra canali all news, piattaforme streaming e youtube.
Le immagini visionate da tutti gli americani erano impietose ed inequivocabili: quattro agenti della polizia che pestavano, a suon di manganellate, un cittadino afroamericano; quel video, però, non rappresentò, da subito, la goccia che avrebbe poi fatto crollare il vaso. No e perdonateci per la nostra ironia: mancava ancora la classica ciliegina sulla torta.
I quattro agenti di polizia vennero, sì, incriminati. Ma al processo furono, stranamente assolti e fu questa la vera goccia che fece traboccare il vaso. Un’ulteriore precisazione è d’obbligo. Dopo la visione delle raccapriccianti immagini del pestaggio di Rodney king, prima in ambito nazionale per poi fare il giro del mondo, la comunità afroamericana stava già iniziando a far sentire la propria voce con delle naturali proteste, che denunciavano i metodi troppo brutali della polizia di Los Angeles, in modo particolare proprio contro la stessa comunità.
Una volta giunta l’assoluzione degli stessi agenti di polizia da quel momento in poi si la situazione sfuggì completamente di mano da parte di tutte le autorità e istituzioni cittadine. Una situazione conosciuta come la rivolta di Los Angeles, avvenuta tra il 29 di aprile e il 4 maggio del 1992.
Un evento tragico nella storia sia della città che della stessa nazione a stelle e strisce che provocò ben sessantatré vittime, riportando alla mente i fatti di Watts risalenti a ben ventotto anni prima; esattamente tra l’11 e il 16 agosto nell’omonimo quartiere a causa di forti tensioni sociali e brutalità della polizia. Anche in quell’occasione la miccia che accese la violenta rivolta, che portò a ben trentaquattro vittime, fu innescata da un fermo di un giovane afroamericano, di nome Marquette Frye, da parte degli stessi agenti di polizia…