Il terzo speciale sui mondiali messicani tra ottavi, quarti e semifinali del 1970 e il 1986
Se i quarti di finale di Messico ’86 furono tutta un’altra storia rispetto agli ottavi di finale non si può, comunque, non iniziare a sviluppare un’analisi generale sul torneo che, proprio in questi giorni, sta compiendo i suoi primi quaranta anni. Riflessione analitica che sarà estesa anche all’edizione di sedici anni prima. Al momento e per ovvie ragioni, non ci sarà alcuna connessione con le nostre riflessioni all’edizione attuali. Le svilupperemo ulteriormente quando United 2026 sarà quasi per giungere alla fine o addirittura nei giorni precedenti alla tanto attesa finale del 19 luglio.
Dunque, da dove iniziare? C’è tanta carne a cuocere, considerando che questo è anche un reportage che contempla due epoche diverse della storia del calcio. Un’epoca in cui si correva di meno, la tecnica era il primo elemento e il tatticismo era pari a zero, almeno per quella del 1970. La seconda epoca, quella del 1986, la si potrebbe considerare più vicina alla nostra, dove il calcio si presentava più veloce, ma non come oggi; dove la tecnica era ancora predominante e dove, ormai, il tatticismo non era predominante come oggi ma incominciava ad assumere una sua rilevanza.
Il 1986 rappresentava ancora un periodo in cui le partite venivano vinte dai calciatori, dal loro estro, dalla loro inventiva o istinto; erano i giocatori medesimi i veri protagonisti e che alle volte uno solo di loro rappresentava tutta una squadra o nazionale intera, concetto che esisteva anche nel 1970.
Oggi, invece, sussiste una mera differenza di approccio: i nomi ci sono eccome, peccato ancora che non ci sono quelli dei nostri calciatori, ma più legati agli schemi e tatticismi che risultano essere se non asfissianti, un po’ troppo ingombranti. D’altronde lo abbiamo sempre sostenuto e non può essere diversamente: ogni settore della società possiede una propria evoluzione e il calcio non può essere esente.
Tra lasciando il fatto che il nostro movimento ha mostrato una pericolosa involuzione, per il resto, seppur legato al troppo business, la passione medesima non è mai venuta meno. Una passione anche nostra e che ci permette di narrare e ricordare le gesta dei due più grandi numeri 10 della storia del calcio i quali, per paradosso o per coincidenza, come meglio preferite, hanno alzato il trofeo nello stesso stadio a distanza di sedici anni l’uno dall’altro.
Pelè, quando alzò la coppa per l’ultima volta quello stesso momento particolare fungeva anche come l’ultima volta dell’apparizione e dell’attribuzione del trofeo, alla nazionale vincitrice, con le ‘sembianze’ della coppa che portava il nome dell’ideatore della manifestazione, Jules Rimet. Edson Arantes Do Nascimento Pelè la sollevò al cielo, nello Stadio Azteca come vedremo, proprio il 21 giugno del 1970.
A Maradona, invece, dovette attendere di avere fra le mani il nuovo formato di trofeo, apparso nel 1974 in Germania, il 29 di giugno del 1986. Entrambi i fuoriclasse, nel senso di una categoria tutta loro di calciatore; due prototipi a parte, ci permettiamo anche di aggiungere, che hanno donato rispettivamente, sia al Brasile che all’Argentina, il loro imprescindibile apporto.
La storia stessa dei mondiali, però, ci suggerisce che il Brasile del 1970 era, nella sua essenza, la squadra perfetta; un’unione di talenti stratosferici che si rivedrà solo ed esclusivamente nelle edizioni del 1982 e del 1998. Soprattutto quella del 1982 è stata maggiormente accostata a quella vista dodici anni prima. L’unico difetto della selezione verdeoro, allenata da Mario Zagallo, compagno di nazionale di Pelè nella vincente spedizione del 1958, era rappresentato dalla difesa.
Ciò che sorreggeva l’equilibrio in campo, sia tra la fase difensiva e sia quella offensiva, era proprio il centrocampo, con ben quattro numeri dieci in campo, tra lo stesso centrocampo e l’attacco. Per il momento non ci soffermeremo a riportare, per filo e per segno l’intera formazione o quantomeno anche l’intera rosa di questi straordinari calciatori. Lo faremo nell’ultimo speciale, almeno per quanto riguarda l’edizione messicana del 1970, interamente dedicata alla finale; si, lo sappiamo cari lettori: ci toccherà ricordare quel leggendario 4 a 1 ai nostri danni. Che ci volete fare, la storia di quei mondiali andò così.
Un discorso ed un’analisi diversa, invece, viene sviluppata nei confronti dell’Argentina campione del mondo del 1986. A differenza del monumentale Brasile di sedici anni prima, il solo vero alieno nella formazione allenata da Carlos Bilardo era il solo Diego Armando Maradona, il resto della formazione era composto da calciatori pressocché normali. Di certo spiccano i nomi di Burruchaga, di Jorge Valdano, del portiere Pumpido.
Eppure le cronache calcistiche, soprattutto successive, non è che ci riportano delle gesta memorabili degli stessi dopo l’avventura mondiale in terra messicana nel 1986. Forse, in quel caso, tralasciando per un momento l’alieno con il numero 10 in campo, quei giocatori si compattarono tra di loro, facendo squadra, ma compattandosi non solo tra di loro ma anche accanto allo stesso Pibe De Oro.
Con ciò cosa stiamo cercando di dire? Che il brasiliano ha avuto più facilità di vincere rispetto all’argentino perché, intorno a lui, esisteva una squadra di fenomeni. Forse sì o forse no; ciò non toglie che Pelè è sempre Pelè. Ma nella sostanza questo è solamente uno dei tanti dettagli che alimentano il mito e la leggenda della diatriba tra i due, rappresentanti di un calcio che forse neanche più esiste, perché è in continua evoluzione.
D’altronde anche i tempi di Maradona erano diversi da quelli di Pelè e viceversa. Sta di fatto che ieri vi avevamo promesso di riportarvi allo stadio Azteca per l’edizione del 1970 per raccontarvi quella leggendaria semifinale tra Italia e Germania, definita, universalmente, la partita del secolo. Come tutti sanno, il match si svolse il gjorno 17 giugno e visto che oggi il calendario segna il numero 16 abbiamo voluto attendere non tanto per creare hype, semmai per pubblicare il racconto proprio nel giorno dell’anniversario; per poi tornare ad analizzare, dopodomani e mediante le conclusioni, ulteriori dettagli di questi due mondiali messicani nell’ultima parte del reportage che sarà pubblicata dopodomani 18 giugno. Dunque, siete pronti per entrare nello stadio Azteca di Città del Messico?