La vera storia della Disfida di Barletta celebrando il cinquantesimo anniversario dell’uscita al cinema de: Il Soldato di Ventura
La disfida di Barletta, nella sua essenza, rappresenta uno degli episodi più iconici della nostra storia millenaria. Potrebbe essere inteso anche come una sorta di unicum, contemplando quasi il concetto di orgoglio di appartenenza, di patria, rispetto a quello che poi accadde all’inizio del Novecento e di come, poi, per troppa paura o per troppi fantasmi di un passato che continua a perseguitarci, non è possibile sventolare, con fierezza, la nostra bandiera. È pur vero che all’epoca della disfida il tricolore così come lo conosciamo oggi non esisteva neanche.
Eppure, questo evento ci fa capire quanto noi italiani sappiamo farci valere e rispettare e quanto potremmo fare anche oggi. Ma bando a quei dettagli che porterebbero all’innesco di polemiche incontrollate, riprendiamo al punto sul quale ci eravamo fermati ieri in conclusione di prima parte: ovvero che tale evento venne innescato a causa di scorribande, anche se sarebbe meglio usare il termine e l’espressione di modeste imboscate che, gli italiani, riuscirono a far prigioniero il cavaliere francese di nome di Charles De Torgues, meglio conosciuto come Guy de La Motte.
Quest’ultimo, senza troppi giri di parole, una volta diventato prigioniero per conto degli spagnoli, accusò gli italiani di codardia e di essere al soldo del nemico. Non contento, lo stesso condottiero francese lanciò il guanto di sfida, che, in base a quanto racconta la versione cinematografica del film del 1976, Ettore Fieramosca raccoglie senza pensarci due volte.
Ma per uno momento non ci soffermiamo a raccontarvi come andarono realmente i fatti in quel febbraio del 1503, ci prendiamo il lusso di andare oltre alla disfida continuando a narrare, seppur brevemente, altri eventi della vita di Fieramosca. Dopo il leggendario evento del 13 febbraio del 1503 e sempre nello stesso anno, due mesi più tardi, Ettore, prese parte altre due battaglie: a quella di Cerignola e a quella di Gaeta.
Nel 1504, insignito del titolo di cortigiano del re, Fieramosca si recò in Spagna, insieme ad una delegazione, con lo scopo di reclamare ed ottenere dei privilegi per la sua stessa città natia, Capua. Fu proprio in quell’occasione che il sovrano Ferdinando di Aragona non solo concesse alle richieste che gli vennero avanzate, ma conferì ad Ettore il titolo di Conte di Miglionico e barone di Aquara.
Terminata, però, la guerra franco-spagnola, Fieramosca si vide privato dei titoli ottenuti una volta che si vide nominare viceré del Regno di Napoli. Ciò determinò la restituzione dei possedimenti perduti ai vecchi feudatarti in cambio della loro fedeltà.
Ma le cose, per lui, non si rivelarono poi con il tempo tanto positive. Diversi anni più tardi, esattamente nel 1510 ad Ettore Fieramosca gli rimase solo la contea di Mignano Monte Lungo e, come ritorsione, proprio nei confronti degli spagnoli, cercò di passare addirittura al servizio della Repubblica di Venezia.
Due anni più tardi, durante la Battaglia di Ravenna, venne gravemente ferito e ripresosi successivamente si diresse ad Ancona, per prestare servizio sotto al nuovo vicerè di Napoli, Raimondo de Cardona e per ben tre lunghi anni le cronache dell’epoca non sono state in grado di riportarci notizie utili su di lui.
L’unica cosa che si sa è che lo stesso Ettore Fieramosca, a causa di una brutta malattia e all’età di soli trentanove anni, ma in quel preciso momento storico le aspettative di vita non erano alte come oggi, muore il 20 gennaio del 1515 proprio in Spagna, ed esattamente nella città di Valladolid. Per molto tempo erroneamente si è creduto che, Fieramosca, fosse stato sepolto nell’abbazia di Montecassino, ma in realtà si tratta di suo fratello Guido, scomparso sedici anni più tardi, ovvero nel 1531.
Nell’immaginario collettivo, Ettore Fieramosca, inizia a diventare un mero personaggio, se non proprio di culto, ma almeno un nostro eroe a partire dall’epoca risorgimentale; soprattutto, il condottiero nato a Capua, si trasforma anche in mero simbolo di valore nazionale. Inutile ricordare, in tal senso, anche le opere che hanno ricordato le sue gesta come già provveduto proprio durante la prima parte di questo reportage.
Dunque, ritorniamo a quel 13 febbraio del 1503 partendo, però, dall’elemento meno indicato per una rievocazione storica: l’etimologia della parola ‘disfida’. Premesso che al giorno di oggi si userebbe subito la parola sfida, il termine disfida proviene dal latino medievale e proviene dal sostantivo disfidare, ovvero diffidare. Infatti si tratta di una parola composta da un prefisso negativo o peggiorativo, ‘dis’, più la parola ‘fidare’.
Quest’ultimo vocabolo deriva dal latino ‘fides’ che corrisponde alle parole ‘fede’ o fiducia e, quindi, il significato originario della parola è semplicemente questo: togliere a qualcuno la fiducia. A sua volta deriva l’atto di dichiarare decaduto un patto di lealtà, di rompere un’alleanza e, al tempo stesso come conseguenza, di sfidare a duello. Più tardi, mediante la caduta della sillaba iniziale, grazie al fenomeno linguistico conosciuto come aferesi, è giunta fino a noi la forma breve di ‘sfida’.
Ecco perché il condottiero transalpino, Guy De La Motte, dopo aver rotto l’alleanza con gli italiani, dopo aver perso la fiducia, lanciò persino il guanto di sfida. D’altronde, al giorno d’oggi questo schema verrebbe addirittura ribaltato da colui che si sente attaccato o comunque offeso in tal modo per provare il contrario e non più da chi si trova ad attaccare.
Ma dal 1503 ad oggi molte cose sono cambiate, anche se qualcuno direbbe: di male in peggio. Tornando, comunque, alla disfida appare chiaro, nello sviluppo di questa analisi, di tener presente la realtà dei fatti, per poi spostare la nostra attenzione sulla finzione; sulla particolare ricostruzione storica con Bud Spencer.
Considerando che all’epoca dei fatti l’Italia così come oggi la conosciamo non esisteva e ciò significa che non sussisteva, neanche dal punto di vista geografico, uno stato unitario. Lo stivale era frammentato in tanti territori e regni. Dunque, la disfida, ufficialmente, avvenne in territorio neutro, nei fatti però sempre in Italia: tra le città di Andria e Corato e, soprattutto, con regole ben precise stabilite da giudici di campo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare la disfida di Barletta durò per ore…