Il 9 Giugno del 2006 veniva inaugurato il secondo mondiale in terra tedesca, in cui potemmo ammirare l’ultima grande Italia

Come suggerito ieri, tra aspettative più o meno alte e reali, quella che era la diciottesima edizione dei campionati mondiali di calcio si sarebbe aperta non con una, ma ben due matches, con le quali si diede il fischio d’inizio alla giornata inaugurale nella sua completezza: Germania – Costa Rica e Polonia – Ecuador. La prima gara stabilita per le 18.00 del pomeriggio, la seconda, invece, di sera, per le 21. Era chiaro a tutti, però, che l’attenzione era tutta per i padroni di casa i quali, dettaglio non proprio specificato nella prima parte di ieri, esordivano in casa, in un mondiale, per la seconda volta nella loro storia.

Il precedente storico risale all’estate del 1974, quando non solo i tedeschi ospitarono la Coppa del Mondo ma, albo d’oro alla mano, la conquistarono persino riuscendo a battere, in finale, quella che ancora oggi è considerata la migliore nazionale olandese di tutti i tempi; quella del mai dimenticato Johann Cruyff, il Profeta del gol.

Su questo particolare è bene soffermarsi su un ulteriore particolare. D’altronde la storia parla chiaro e non si può evitarla o mutarla a proprio piacimento. Se, in quel 2006, fu la prima volta che la nazionale di casa le venne affidato il compito di aprire il torneo, nel 1974 le cose andarono diversamente.

Nonostante, in quel caso non si possa parlare di prima partita in assoluto, che si tenne però il 13 giugno di quello stesso anno, i tedeschi, però, dal canto, potrebbero vantare il semplice fatto che il giorno successivo, il 14 giugno, ebbero non tanto un proprio e personale match inaugurale; ma bensì due.

Erano i tempi della guerra fredda, erano i tempi in cui la stessa nazione tedesca, con la rispettiva capitale, si presentava, dal 13 agosto del 1961, divisa in due dal famigerato ‘Muro di Berlino’. Si, proprio così: i padroni di casa, in quei giorni di giugno e luglio, erano ufficiosamente due: la Germania Ovest, ufficialmente la vera padrona di casa, e la Germania dell’Est.

Entrambi i matches con le rispettive avversarie, Cile ed Australia, fecero entrambe bottino pieno. Soprattutto considerando che le due rappresentative nazionali di casa furono inserite nello stesso raggruppamento, con l’altrettanto storico scontro nella terza gara di quel girone. Il derby venne portato a casa da quelli che vivevano oltre la cortina di ferro con il risultato di 1 – 0.

Ma tornando a quel 14 giugno? Allora, Germania Ovest – Cile 1 – 0, grazie ad una sassata da fuori area di Breitner; mentre Germania Est – Australia 2 – 0, i due gol vittoria furono ad opera di Curren e Streich. Due esordi che fecero ben sperare; portando, almeno per una, alla vittoria finale: la Germania dell’Ovest. 32 anni più tardi, a Monaco di Baviera, nello stesso stadio in cui il leggendario Beckenbauer alzò la coppa un’altra generazione di campioni iniziarono a tentare la stessa impresa.

Il commissario tecnico dell’epoca, il leggendario attaccante degli anni ’80 e ’80, Jurgen Klinsmann, schierò, in quel 9 giugno del 2006, questa formazione: Lehman; Friedrich, Metzelder, Mertesacker e Lahm in difesa; Borowski e Frings a centrocampo; Schneider e Schwinste, esterni di centrocampo; Podolski e Klose, la coppia di attacco. Per quanto concerne i centroamericani, allenati da Alexandre Guimaraes, la formazione che venne varata fu questa: Porras; Umana, Marin e Sequiera; Martinez, Fonseca, Solis, Gonzales; Gomez e Centeno; Wanchope.

Prima di proseguire con il racconto andiamo a scoprire anche la gara successiva che si tenne sempre quel giorno, ma come detto, qualche ora più tardi: Polonia – Ecuador. Possiamo solamente anticipare almeno un commento, per poi passare all’analisi vera e propria di entrambi i matches: diciamo che la partita della sera presentò un 2 a 0 secco, che non ammetteva repliche, rispetto al pirotecnico 4 a 2 della partita del pomeriggio. Ma come sempre, anche in questo andiamo con ordine.

Dunque, dicevamo le altre componenti del gruppo 1 di quel mondiale, Polonia – Ecuador. Partendo dalla nazionale del vecchio continente l’allora commissario Tecnico, Pawl Janas, varò questa formazione in campo: Boruc; Baszczynski, Jop, Bak e Zewlakow; Sobolewsi e Radomski; Smolarek, Szymkowiak, Krzynowek; Zurawski. Invece l’allenatore dei sudamericani, Luis Fernando Suarez, scelse questi undici titolari come anti-Polonia: Mora; De La Cruz, Hurtado, Espinoza, Reasco; Tenorio e Castillo; Valencia e Mendez; Tenorio e Delgado.

Prima di entrare nel dettaglio è doveroso soffermarsi su un altro dettaglio, da non tralasciare per nessuna ragione al mondo. Appunto, parlando, poi, di mondiali. Partendo dal presupposto che appare inutile girarci intorno, questa edizione venne vinta da noi, soprattutto come già specificato nella prima parte. Quindi, a rigor di logica, cari lettori, è normale che vi attendete non tanto uno speciale, semmai un vero e proprio reportage interamente dedicato ai nostri ragazzi del 2006.

Reportage che ci sarà molto presto e che, in un primo momento, dovrebbe coprire le prime sei partite di quel torneo. Si, proprio così. Arriveremo fino a quella leggendaria semifinale proprio contro i padroni di casa. Per poi dedicare un secondo reportage, di quattro parti, in onore alla quarta coppa conquistata quell’anno, per la finale di quel mondiale. Una scelta non tanto doverosa e neanche logica; semmai dettata più dal cuore e dall’affetto, nonostante le pesanti delusioni di questi ultimi anni, della nostra nazionale italiana di calcio. Un modo, ulteriormente approfondito, per cercare di raccontare se non tutto, almeno quasi tutto, di quella vittoria che in parte, tutti quanti noi e lo diciamo senza troppi giri di parole, sentivamo che sarebbe arrivata proprio in quell’estate.

Che fu solo una suggestione iniziale o quantomeno una sorta di premonizione, al di là delle coincidenze, del girone di Italia ’90 o quantomeno dell’ombra o della macchia, come meglio preferite, dello scandalo di Calciopoli, come avvenne nel 1982 con quello del calcioscommesse innescato due anni prima, c’era veramente qualcosa nell’aria che ancora oggi non si può in nessun caso descrivere. D’altronde, alcune sensazioni, per poterle sentire o conoscere, devono essere vissute. Soprattutto per ciò che accadde in quei giorni durante la fine del campionato di calcio di serie A, durante l’attesa dei mondiali stessi e fino ad arrivare a quel 9 luglio di 20 anni fa…

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