La storia di Carlos Gardel tra Mito e Leggenda

Diego Moreno non nasconde questi dettagli; anzi, li mette in fila con una prosa semplice, a metà tra il verbale d’archivio e la chiacchierata davanti al camino. Ci aiuta a capire l’uomo dietro il mito del Tango. Ma cos’è il Tango? Un ballo o una canzone? La risposta corretta è “entrambe le cose”, ma anche qui serve un fermo immagine.

Focalizziamoci sulla musica. Il Tango nasce come ballo, ma è Gardel a inventare la formula della “Canzone”. Moreno dedica a questa intuizione la seconda colonna portante del libro. Usiamo il verbo “reinventare”, ma Moreno preferisce “rifondare”. A partire dal 1925, Gardel prende il tango nato nel 1880 e lo piega al suo volere, creando componimenti fatti di parole e note.

C’è un’altra disputa geografica: l’Uruguay rivendica la co-paternità di questa svolta. Nel 1925, infatti, Gardel lavorava in duo con José Razzano, uruguaiano. La collaborazione finì in modo malinconico: Razzano perse la voce per un problema alle corde vocali e rimase accanto a Gardel solo come amministratore del patrimonio.

Ma qual era il segreto di Gardel? Cantava bene, d’accordo, ma è riduttivo. Moreno gli dedica l’intero capitolo nove. Facciamo un piccolo spoiler: la sua vera forza era l’interpretazione. In un’epoca in cui nessuno osava “recitare” il Tango, Gardel, a soli trentacinque anni, lo rendeva teatro. Era già un mito vivente.

Il 24 giugno 1935 la parabola si interrompe bruscamente. Durante un tour sudamericano, l’aereo di Gardel si scontra in fase di decollo a Medellín, in Colombia, con un altro velivolo sulla pista. Morì sul colpo, insieme ai suoi chitarristi Barbieri e Riverol e al paroliere Alfredo Le Pera. Inutile descrivere il lutto di un’intera nazione.

Gardel non era solo una voce, era una stella del cinema. Dal 1917 aveva avviato una fortunata carriera con la Paramount, girando 22 pellicole (il debutto fu con L’albero stregato). Ma tra il primo e il secondo film passarono diciassette anni; il vero boom fu tra il 1930 e il 1935.

Le leggende si sprecano: si dice che abbia incontrato un giovanissimo Astor Piazzolla, figlio di Mar Del Plata, proprio come Diego Moreno e leggenda della musica di ogni tempo. Di certo incontrò il nostro Enrico Caruso. E qui torniamo al nocciolo della questione: cosa c’entra Napoli in questa melodia transoceanica?

Se in Argentina per dire che uno è un fenomeno si dice che “…es Gardel”, il legame con la città del Vesuvio è più profondo di un semplice paragone. Negli anni dell’adolescenza a Buenos Aires, Gardel ascoltava moltissima musica classica napoletana. Le melodie dei nostri vicoli hanno letteralmente nutrito la struttura armonica dei suoi primi tango. Non è un caso se Caruso e Gardel si stimassero: parlavano la stessa lingua musicale.

Il libro di Diego Moreno non è una semplice recensione, è l’omaggio a questo ponte culturale invisibile ma solidissimo. In 28 capitoli brevi e densi, Moreno condensa quarantacinque anni di vita di un uomo che ha cambiato la storia della musica.

E per chiudere in perfetto stile sudamericano, vi lasciamo con l’ultima leggenda. 11 dicembre 1915: durante una rissa a teatro, Gardel viene colpito da un proiettile che gli resterà vicino al cuore per tutta la vita. Si dice che in quei secondi sospesi tra la vita e la morte, l’anima di Gardel abbia fatto un viaggio transatlantico, andando a sfiorare un neonato che stava venendo al mondo in New Jersey, regalandogli un frammento della sua voce. Quel bambino si chiamava Frank Sinatra. Forse è solo un racconto da bar, ma a noi piace pensare che la geografia del talento non conosca confini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *