Il 6 giugno del 1986 usciva nelle sale cinematografiche il film con Arnold Schwarzenegger, che alimentava ancor di più la sfida con Sylvester Stallone

La scena della cava, definita in chiusura della seconda parte di questo speciale, memorabile rappresentava, allo stesso tempo, non solo un richiamo a qualche action movie realizzato in precedenza, ma anche un avvertimento verso qualcun altro, un avvertimento non tanto velato. Ma come sempre, cari lettori, andiamo con ordine. In merito al richiamo, la carneficina finale, giustificata per vendicare la morte di un giovane collega e, ulteriormente, per mantenere la parola data un amico che ha perso il figlio, è fortemente connessa, seppur in maniera indiretta, a quella realizzata e vista, un anno prima, nell’action movie ‘Commando’.

In questo caso, però, l’aggiunta del brano dei Rolling Stones, del 1965, sortisce un effetto ancor più spocchioso di quanto non lo sia stato nel 1985. Chiaramente si sta parlando di un’opera cinematografica di mero intrattenimento ed allo stesso tempo di alzare, ancor di più, il livello di sfida, sia indiretta che diretta, con qualcuno in particolare.

Quel qualcuno di cui, qualche settimana fa, ci siamo già occupati nella celebrazione di un suo film alquanto cupo per quegli anni così solari, pieni di vita e fiduciosi. Un film uscito nelle sale americane quindici giorni prima dello stesso Codice Magnum e che aveva avuto uno sviluppo molto, ma molto travagliato. Il riferimento non è puramente casuale: stiamo parlando di ‘Cobra’ con Sylvester Stallone.

Sul finale del film, diretto ufficialmente, da George P. Cosmatos, Sly affrontare, da solo, l’intero squadrone dei folli assassini per fermarli e, al tempo stesso, proteggere la modella, testimone di uno dei brutali omicidi compiuto dalla misteriosa setta che seminava il panico nella città di Los Angeles.

Arnold Schwargenegger, in occasione di ‘Raw Deal’ però, non si accontenta solo della scena della cava. Non si accontenta di sterminare, in maniera indiretta, anche l’avversario numero uno del boss che deve, in tutto e per tutto, togliere di mezzo, no. Dopo la spettacolare sparatoria, il personaggio di Arnold prosegue la sua personale scia di sangue verso il luogo in cui si nasconde o quantomeno il luogo sacro del boss Patrovita per eliminarlo definitivamente.

Osservando lo sviluppo di questo finale, per certi versi anche scontato visto anche la caratura dell’attore protagonista, sembra il modo di proporre la trama medesima ci sia un ulteriore richiamo, molto nascosto o forse neanche tanto. Sia Arnold e sia Sylvester sono estranei a quel legame che interessa non tanto i due sceneggiatori, semmai i due nostri soggettisti.

Si, proprio Sergio Danati e Luciano Vincenzoni, i quali tennero fede allo schema ‘leoniano’ nel regalare al pubblico non solo i classici colpi di scena, non solo le classiche scene d’azione, ma anche più finali in modo da rompere quel classico schema che si era andato a consolidare nel corso dei decenni durante l’evoluzione cinematografica.

Attenzione, però, questo schema: ideato, sviluppato e messo a puntino dallo stesso Sergio Leone a partire dal 1964 lo mise in pratica in film o comunque in trame tipicamente western. Sia Donati che Vincenzoni, senza dimenticare anche gli stessi sceneggiatori, chissà quanto volontariamente, riuscirono, comunque, nell’intento di proporre al pubblico mondiale un film godibile, con momenti d’action mozzafiato, in cui si aveva mai la sensazione che era giunto il momento che tutto finiva; c’era sempre un dettaglio, ancora, da definire.

Come, per esempio, dopo la scena del cimitero in cui Kaminski, sempre sotto copertura, si ritrova, all’ultimo minuto e senza poter prevedere ed avvisare, ad essere lui il vero esecutore dell’omicidio di Shannon, il suo amico ed unica persona che è a conoscenza di quella pericolosissima missione. Il ferimento non chiarisce quali siano le sorti dello stesso personaggio e il cambio di inquadratura, nonché di scena, non svelano ancora il tutto.

Un momento preciso che chiude il film e sul quale ci ritorneremo fra un po’, come se seguissimo anche noi quasi lo stesso ordine voluto dagli stessi sceneggiatori. Dunque, su quale altro dettaglio sarebbe meglio soffermarsi? Semplice, sull’incasso. A questo punto, cari lettori, direte o penserete: ‘con queste scene spettacolari’ il film al botteghino avrebbe dovuto stracciare persino i numeri di Marion Cobretti?

Invece la risposta fu negativa: Cobra incassò, globalmente, ben 160.000.000 milioni di dollari, nonostante tutte le peripezie produttive e nonostante i tagli per permettere l’approdo sul grande schermo.

Codice Magnum, purtroppo, dovette accontentarsi solo del doppio della cifra stanziata dalla produzione. Un fiasco totale, dunque? Se ci vogliamo fermare solo ai numeri la risposta è sì. Ma visto che questo, comunque, è un approfondimento il discorso cambia, anche in questo caso, grazie a quei continui passaggi televisivi che lo stesso film ha avuto nel corso degli anni successivi dall’uscita del cinema e soprattutto, elemento da non sottovalutare mai, il passaparola tra gli stessi fans dell’attore austriaco.

Potremmo sentenziare, senza girarci troppo intorno e perché, in un modo o nell’altro, in redazione siamo fans di entrambi e non solo per analizzare in totale equilibrio, che i due attori uscirono per metà vincitori e per metà con le ossa rotte. Se ‘Cobra’ rappresentò l’apice cupo della visione di Stallone, ‘Codice Magnum’ rappresento per Schwarzenegger rappresentò, allo stesso tempo, di riuscire a tener testa al suo collega, ieri avversario dal punto di vista del grande schermo s’intende, oggi amico.

In sostanza tutte e due le pellicole conquistarono il pubblico. Tralasciando i numeri al botteghino, sia il personaggio di Marion Cobretti, più iconico bisogna ammetterlo, e sia quello di Kaminski, grazie al passaparola, sopravvissero e sopravvivono tutt’ora a distanza di quaranta lunghi anni.

Alla fine, però, c’è un ‘ma’. Arnold Schwarzenegger, a differenza di Stallone, in questo caso, lavorò, in action movie che rispecchiava perfettamente i tempi in cui venne realizzando, lasciando persino un messaggio di forte speranza per il futuro. È vero lo lascia anche Stallone che si allontana dal luogo dello scontro finale in moto, con Brigitte Nielsen, e accompagnato da una canzone indimenticabile.

Eppure, il finale di Schwarzenegger in ‘Codice Magnum’ è improntato sull’altra faccia dei valori tipicamente americani: quelli della vita e della famiglia e, appunto, di quella speranza che, nonostante tutto, non deve mai essere persa e rialzarsi sempre nonostante le cadute siano rovinose.

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