La storia di Carlos Gardel tra Mito e Leggenda

In Argentina, da decenni, se fai qualcosa divinamente, non ti dicono “bravo”: ti dicono che sei Gardel. Il cognome dell’uomo che fu Voce del Tango è diventato un aggettivo, il sinonimo universale di eccellenza. Strano destino per un uomo, ma comprensibile se pensiamo alla trinità laica del sentimento argentino. Quando evochiamo quel pezzo di Sudamerica, i primi nomi che vengono alla mente sono tre: Evita Perón, Diego Armando Maradona e, appunto, lui. Carlos Gardel.

Se Evita è la storia profonda e Diego è l’archetipo della genialità con il pallone incollato al piede, il terzo elemento lo incontriamo oggi. In un viaggio che ha il sapore misto della cronaca e della letteratura musicale. Vi proponiamo un viaggio che avevamo in mente dallo scorso marzo e che attraversa mondi diversi. Ma perché parlarne in una rubrica che si occupa di spartiti e non di librerie?

La verità è che l’universo letterario è pieno di saggi e romanzi, ma poi ci sono quei libri difficili da catalogare, che abitano in un limbo perfetto, a metà strada tra la parola scritta e la nota suonata. Sì, cari lettori, ci stiamo ripetendo in poche righe. Eppure non basta, perché quando un volume racchiude storie vere di personaggi che hanno sconfitto il tempo, la faccenda si fa seria.

Qui entra in gioco la storia con la “s” minuscola, quella che non si studia a scuola ma si scopre sfogliando pagine capaci di farci fare un salto all’indietro. Parliamo di un libro il cui autore abbiamo già incrociato nella prima edizione di Free Podcast Variety. Un volume che ha l’anima del piccolo saggio e racconta una nazione, un genere e un mito. Tre elementi legati a doppio filo a una città che ha avuto la fortuna di veder giocare il più grande di tutti.

No, tranquilli, non è l’ennesimo saggio su Maradona e sul Napoli. È la storia di come una certa tradizione musicale argentina abbia trovato la sua sponda sotto il Vesuvio. Il leggendario Tango argentino ha connessioni con i lidi partenopei. Ma andiamo con ordine.

Il nostro autore, dicevamo, lo conoscevamo già come cantautore. Diego Moreno – oggi in veste di scrittore – ci aveva accennato un anno fa all’uscita di questo lavoro prezioso. Nelle sue 181 pagine, Moreno, nato in Argentina ma napoletano d’adozione da oltre trent’anni, tratteggia una figura che da noi è un nome illustre ma spesso dimenticato: Carlos Gardel. Il titolo del libro – pubblicato da Mea Edizioni – è chiaro e diretto: Carlos Gardel – Il Tango a Napoli.

Da dove partiamo per raccontarlo? Ovviamente da lui. Se digitate il suo nome su Google, scoprirete che è stato cantante e attore, nato a Tolosa l’11 dicembre 1890. E qui c’è il primo paradosso: l’uomo che ha dato il nome all’eccellenza argentina era, di fatto, europeo. Il mistero è presto spiegato: la madre, Berthe Gardes, lo ebbe giovanissima da un uomo che non lo riconobbe (un classico per le leggende). Nel 1893 i due si trasferirono in Argentina. All’anagrafe faceva Charles Romuald Gardes, ma per il mondo sarebbe diventato Carlos. Nonostante la crisi economica, il ragazzo riesce a finire il primo ciclo di studi, poi, nel 1906, decide che la scuola può bastare.

Le informazioni su Gardel sono come il fumo di una sigaretta in un locale di Buenos Aires: affascinanti, ma sfuggenti. C’è persino un giallo sulla sua nascita. Quasi tutti i documenti dicono Tolosa, eppure c’è chi giura che l’inventore del “Tango-Canzone” sia nato a Tacuarembò, in Uruguay. La leggenda vuole che, allo scoppiare della Grande Guerra, Gardel abbia rimediato un passaporto falso uruguaiano per evitare il fronte.

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