Il 3 giugno di 10 anni fa ci lasciava il più grande pugile di tutti i tempi, capace di ispirare generazioni intere

Da quell’11 dicembre del 1981 inizia, dunque, tutta un’altra storia per Muhammed Alì. Una storia che può essere riassunta in vari episodi, due o tre al massimo e nulla di più. Di cui uno, addirittura, quando aveva ormai imboccato il viale del tramonto. Prima per però di addentrarci tra i vari aneddoti altamente leggendari, nel parlare di lui ci siamo accorti che non abbiamo mai e poi mai approfondito il suo stile di combattimento; non abbiamo mai lanciato uno sguardo, seppur veloce, al suo modo di affrontare gli avversari.

Certo, direte voi cari lettori, a più riprese abbiamo sottolineato del suo aspetto psicologico: nel senso del suo famoso ‘I’m the greatest’ con il quale tendeva ad annichilire gli avversari. Ma questa fase la possiamo chiamare, in sostanza, pre-ring. Dunque, a parte i video condivisi da Youtube, in che modo Alì si destreggiava sul quadrato circondato dalle corde?

Per un’analisi ben precisa è doveroso suddividere la carriera prima della squalifica e quella ripresa dopo la squalifica. È chiaro che prima del 1967, Muhammed Alì, si mostrava più agile, più scattante, più veloce; la sua capacità consisteva nel tenere persino le mani basse, evitando i continui colpi alla testa grazie ai continui cambi di direzione.

Ulteriormente con il passare del tempo migliorò molto con il jab, facendolo diventare ancor più pungente e forse è per questo che alla fine ottenne la vittoria contro Liston nonostante si parli di ‘pugno fantasma’, per poi potenziare ancora di più il suo destro. E dopo la squalifica? Diciamo che fu consapevole di un dettaglio: non gli era più possibile effettuare i continui giochi di gambe che lo avevano caratterizzato in precedenza, con tanto di prontezza di riflessi.

Lavorò ugualmente sulle gambe, cercando si essere ancor più coordinato, concentrandosi maggiormente sulla potenza dei propri pugni. Non solo, incominciò a mostrare, persino, notevoli doti da incassatore come fece a Manila. Ecco spiegato il motivo, durante gli ultimi anni della sua carriera, continuò a vincere ai punti. Aveva migliorato la sua stessa resistenza fisica.

Alla fine ciò che impressiona ancora oggi è un dettaglio non di poco conto; un’abilità che mai nessuno è riuscito a riproporre sul ring: ovvero quel particolare gioco di gambe che venne descritto, proprio da lui, come: vola come una farfalla, pungi come un’ape.

Una massima che rende tutto il senso del suo inimitabile stile e con il quale, molti anni più tardi il giornalista, scrittore e conduttore Federico Buffa aprì un bellissimo documentario, diviso in tre parti, dedicato alla sua figura. Non solo, sempre qualche tempo più tardi venne tratto un libro, sempre con Buffa come autore, insieme ad Elena Catozzi intitolata: Muhammed Alì – Un uomo per uomini decisivi.

Un testo che ripercorre tutta la vita del fuoriclasse della boxe, in cui si raccontano aneddoti in maniera semplice e con capitoli molto agili da leggere. Ma torniamo agli aneddoti. Lo abbiamo sottolineato anche prima. Lo abbiamo precisato, soprattutto, per tenerci i colpi migliori verso il finale. Un po’ per mettere al tappeto, una volta per tutte l’avversario.

No, cari lettori non stiamo facendo riferimento a voi: è solo un modo per rendere questo ‘lungo match’ evocativo ancor più emozionante. Dunque, l’incontro a cui stiamo facendo riferimento è uno dei tanti che Alì terrà a partire dal 1975 con diversi avversari anonimi. Talmente anonimi che uno di loro, il 24 marzo del 1975, gli tenne testa per ben quindici riprese.

Quell’illustre sconosciuto non avrebbe mai immaginato che sarebbe entrato nella storia non solo del pugilato, per non aver resistito contro lo stesso Alì, ma che contemporaneamente avrebbe ispirato un giovanotto di soli trenta anni con il pallino della scrittura e del grande schermo.

Quel trentenne si chiamava Sylvester Stallone e l’anno dopo conquistò tutto il mondo con il suo esordio cinematografico: Rocky, dopo esser stato proprio ispirato da quell’incontro che vide per televisione. Tant’è che quando Sly si aggiudicò la statuetta d’oro, l’autore e attore italoamericano si rese protagonista con un ironico ‘duetto-incontro’ proprio con lo stesso Muhammed Alì.

Saltando qualche decennio ci ritroviamo ad Atlanta, ed esattamente il 19 luglio del 1996. Muhammed Alì commuove tutto il mondo con il suo incontrollabile tremolio alle mani. Il maledetto morbo di Parkinson si era già impossessato di lui, molto probabilmente, tra il 1979 ed il 1980, per poi iniziare a lasciare segni tangibili proprio quella notte dell’11 dicembre del 1981.

Dall’ultimo incontro di pugilato all’accensione della fiamma olimpica il tempo trascorso è di quindici anni, non proprio nel mezzo, ma tre anni dalla notte delle Bahamas ci fu l’ufficializzazione della diagnosi e quindi della malattia del leggendario pugile nel 1984; l’anno di altre olimpiadi americane, quelle di Los Angeles.

In tutto quel tempo cos’altro è successo? Conseguentemente iniziò a farsi vedere poco, senza disdegnare qualche apparizione pubblica e non solo come eventi; si pensi alle comparsate televisive, come in qualche trasmissione di wrestling, come arbitro tra Hulk Hogan e Mister T. o, da non dimenticare, anche la sua apparizione alla trasmissione televisiva dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001 in cui lanciò un messaggio di pace e di speranza affinché nessuno bollasse la religione musulmana come fucina di terrorismo.

Non solo, lavorò persino per la Michael J. Fox Foundation for Parkinson’s Disease per alimentare la sensibilizzazione e incoraggiare le donazioni per la ricerca; per non dimenticare, oltretutto, il suo impegno per la pace partecipando all’undicesimo congresso internazionale sull’educazione alla pace.

Dopo l’esperienza come tedoforo ad Atlanta 1996 a Londra 2012 venne nominato, persino, porta bandiere per la delegazione statunitense e in quella stessa sera si intuì che le sue condizioni stavano lentamente ed inesorabilmente peggiorando. Due anni più tardi un primo ricovero per polmonite. Era il 20 dicembre del 2014 ed uscì nel gennaio del 2015. La sua ultima apparizione pubblica? Il 9 aprile del 2016 ad un evento benefico a Phoenix e il 2 giugno dello stesso anno.

Il 2 giugno di quello stesso anno venne ricoverato una seconda volta a causa di complicazioni respiratorie, per poi spirare il giorno successivo: il giorno 3 giugno del 2016. In suo onore venne organizzato un lungo funerale, iniziato il 9 giugno, per poi terminare il giorno successivo con l’istituzionale corteo fino a quella che è diventata la sua ultima dimora.

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