Il 3 giugno del 2016 ci lasciava il più grande pugile di tutti i tempi, capace di ispirare generazioni intere

Quella che doveva essere la vera rivincita per Solly Liston, in verità, in quel lontano 25 maggio del 1965, si trasformò in un’altra sconfitta ricordata, soprattutto, dalle cronache dell’epoca, a causa di quello che sembra essere, a tutti gli effetti, una sorta di pugno fantasma. Anni dopo, lo stesso Alì, ed esattamente nel 2004, rilasciò questa dichiarazione che sembrava, in tutto e per tutto, ad assolvere il suo avversario e amico: “Voglio bene a Sonny. Era un brav’uomo. E il pugno l’ha colpito. Non so bene quanto buono fosse il colpo, sebbene io abbia sentito il contatto. Se avesse voluto fingere un KO, non l’avrebbe mai fatto al primo round”.

Ma cosa accadde veramente? Era il primo minuto della prima ripresa e Alì sferra un pugno sulla guancia di Liston. In un primo momento il colpo ricevuto da Sonny non sembra essere così irresistibile da metterlo knockout fin da subito; eppure è proprio ciò che accade. Tant’è che lo stesso Muhammed Alì, invece di allontanarsi verso il suo angolo e attendere i classici dieci secondi contati dall’arbitro, si mette ad inveire contro il suo avversario. Tipico del suo temperamento. E l’arbitro, invece di pensare a contare perse tempo nel tentativo di placare Alì.

In definitiva Muhammed Alì non solo conservò il titolo in quella occasione, ma anche nelle altre otto volte successive fino all’anno 1966. Un anno particolare, un anno che rappresenterà, senza volerlo, anche l’ultima parte della carriera pugilistica del leggendario Alì. Un anno in cui andò incontro a grane che non avevano nulla a che vedere con il ring.

In quel periodo la guerra in Vietnam incominciò ad avere una paurosa e drammatica escalation. Tra i tanti che vennero chiamati per il fronte ci fu anche proprio lo stesso pugile professionista il quale, senza mezze misure, rifiutò categoricamente di arruolarsi nell’esercito americano dichiarando, testuali parole, che non aveva niente contro i Vietcong; gli stessi non lo avevano mai e poi mai etichettato in un certo modo. Un rifiuto che sapeva tanto di sfida allo stesso governo americano dell’epoca, rappresentato dal Presidente Lyndon Johnson, un rifiuto che gli costò, a partire dal 1967, oltre alla condanna a cinque anni di prigione gli venne ritirata la licenza da parte della commissione pugilistica dell’epoca, non potendo più salire sul ring dal marzo del 1967 fino all’ottobre del 1970. Giustamente se la condanna era di cinque anni, per renitenza alla leva, come mai la squalifica presentava dei tempi diversi?

Al di là di questo dettaglio, questa decisione condizionò non poco la sua carriera. Perse gli anni che andavano dai 25 ai 29, tornando quando ormai, a quella stessa età pensavano solo ed esclusivamente al ritiro o, almeno, a come chiudere il proprio percorso nel mondo della boxe. Alì, in sostanza, si ritrovò proprio in questa situazione, senza immaginare che, nonostante tutto, avrebbe avuto ancora dieci lunghi anni davanti a lui.

Dieci anni in cui non solo trovò il modo di riprendersi il titolo succedendo non solo a quello che era il suo stesso sparring partner, ma anche nei confronti di colui che avrebbe affrontato, nel corso del decennio 1970, per ben tre volte. Joe Frazier.

Tre incontri che posso essere visti, per quanto riguarda i primi due, come la suddivisione equa della vittoria, con il terzo match che fungeva da ‘bella’. Che fungeva da mero atto finale per una trilogia sportiva tutta da scoprire e riscoprire, culminante nella data di Manile, 1° ottobre del 1975; match conosciuto anche come ‘Thrilla in Manila’. In quell’occasione, dopo la sconfitta dell’8 marzo 1971 e la vittoria del 28 gennaio del 1974, lo stesso Alì mise in palio proprio il suo titolo mondiale.

Eppure, non possiamo andare avanti nel racconto senza dimenticare un altro incontro che ha fatto non solo la storia del pugilato, ma che ha fatto epoca. Il 30 ottobre del 1974, in quel di Kinshasa, in quello che un tempo era conosciuto come Zaire, oggi invece Repubblica Democratica del Congo, Muhammed Alì si scontrò, in quello che venne definito, The Rumble of the jungle, contro l’altra leggenda del ring, Goerge Foreman.

Fino a quel momento lo stesso Foreman saliva su quel ring come il campione imbattuto e con una fama da picchiatore devastante, mentre Alì, nonostante tutto, continuava ad entrare sempre di più nella sua fase calante. Eppure, per ben sette round riuscì a mandare a vuoto l’avversario e, nell’ottava ripresa, colpì Foreman con una repentina combinazione che lo mandò al tappeto senza farlo mai più rialzare.

Ma torniamo a quel 1° ottobre del 1975, quando Muhammed Alì chiuse i conti non solo contro Joe Frazier ma anche con sé stesso, riuscendo a sconfiggere l’avversario con una serie impressionante di jab. Ciò indusse all’allenatore dello stesso Frazier di far ritirare il suo atleta.  Per la rivista Ring Magazine il match venne riconosciuto come Fight of the year.

Da quel momento in poi, Cassius Clay in arte Muhammed Alì ottenne altre vittorie, a partire dal 1976, senza mai più riuscire a buttare al tappeto il proprio avversario. Tutte le vittorie che otteneva era grazie ai punti. La sua classica e leggendaria velocità, ogni anno che passava, incominciava a diminuire sempre di più. Due anni più tardi arrivò persino a perdere il titolo contro Leon Spinks, per poi recuperarlo nuovamente sempre ai punti.

Il titolo che riconquistò contro Spinks fu quello relativo al WBA. Ma nel 1980 tentò di vincere quello conosciuto come WBC: perse una prima volta contro Larry Holmes, per poi farsi ritirare dal suo stesso allenatore, durante l’incontro che si stava svolgendo alle Bahamas, con Trevor Bebick. Era la sera dell’11 dicembre del 1981, la sera in cui terminò la leggenda, almeno sul ring, di Muhammed Alì.

Tra l’altro il suo stesso allenatore, Angelo Dundee, sempre quella stessa sera notò che Alì non solo era sempre più lento nei movimenti ma, rispetto alle altre volte, parlava in maniera ancor più lenta: erano i primi sintomi del Morbo di Parkinson e da quel momento in poi, per lo stesso pugile dello Stato del Kentucky iniziò tutta un’altra storia…

MUHAMMED ALI’ TORNERA CON L’ULTIMA PARTE DEL REPORTAGE A LUI DEDICATO DOMANI MATTINA ALLE ORE 7.52.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *