Il 3 giugno del 2016 ci lasciava il più grande pugile di tutti i tempi, capace di ispirare generazioni intere
Per essere sinceri non abbiamo solo questo round per poterlo celebrare al meglio. Sussiste una seconda ripresa; un round che la storia ha voluto organizzare per il prossimo 17 gennaio del 2027. In quel giorno ci sarà, per lui, un incontro davvero speciale, tutto da scoprire e tutto da ricordare. Chissà cosa ne penserebbe e cosa direbbe in merito se solamente non ci avesse lasciato il 3 giugno del 2016, in un anonimo giorno di quasi inizio estate; dal punto di vista astronomico s’intende. Ci direbbe ancora, nonostante non lo potesse più fare per motivi di salute, coadiuvato purtroppo da una flebile voce: I’m the greatest. Ovvero, sono il più grande.
Leggenda vuole che Cassius Clay, soprattutto conosciuto come Muhammed Alì, lo ripeteva sempre, infinite volte; e non tanto per darsi delle aree. Era una strategia psicologica che portava l’annichilimento, fin da subito, i suoi stessi avversari. Leggenda, appunto. Mai come nel suo caso tale aggettivo, fruito e sfruttato molte volte da noi per ricordare e celebrare altri pezzi pregiati di altri settori, ci sta tutto.
Solo che questo stesso vocabolo, molte volte e ci sentiamo anche noi colpevoli di ciò, viene sempre usato impropriamente per indicare il passaggio dalla vita terrena a quella in cui l’anima lascia il corpo; come per dire, una volta che non ci sei più, per dirla quasi alla Russell Crowe ne ‘Il Gladiatore’, ‘ciò che abbiamo fatto in vita, riecheggerà per l’eternità’. Tale massima cinematografica può venir tranquillamente estesa anche per lui, il ‘The Greatest’.
Solo che l’appunto non è che sia doveroso farlo, semmai appare naturale proporlo soprattutto in relazione alla sua figura, istituzionalmente sportiva, di pugile immortale. Ma il punto fondamentale è che lo stesso Cassius Clay non divenne immortale il 3 giugno di dieci anni fa, non divenne eterno il 3 giugno del 2016, non divenne neanche leggendario in quello stesso giorno in cui lasciò questo mondo. No, lo divenne molto, ma molto prima.
Si potrebbe ipotizzare proprio dal giorno della sua stessa nascita? Quindi il giorno 17 gennaio ma del 1942? No, neanche in quel frangente, sennò sarebbe troppo facile e non aveva motivo di urlare a squarciagola di essere il più grande. A proposito, proprio in merito a questa sua ripetuta espressione, le cronache dell’epoca ci vengono in soccorso, precisando che non fosse farina del suo stesso sacco e neanche il modo di esternarla.
L’aveva presa in prestito o comunque mutuata da suo padre: Cassius Marcellus Clay Sr. Si perché lui venne chiamato, per esteso, Cassius Marcellus Clay Jr. Ma questo nome, a sua volta, risaliva ad un politico abolizionista dello stato del Kentucky. Esatto, cari lettori, quello del pollo fritto. Uno stato, purtroppo, segregazionista, fino ad un certo punto della storia americana, e stato che, durante la guerra di Secessione, si schierò in favore dei sudisti, tranne proprio questo bianco che, a sua volta, non saprà mai che il suo nome continuerà a riecheggiare per l’eternità e non solo per essersi opposto, comunque a modo suo, contro la schiavitù.
Tornando al punto precedente, però, il nome di un proprietario veniva sempre esteso agli schiavi di turno, ma non nella sua completezza. Molto probabilmente, il padre di colui che venne al mondo nel 1942, notando che lo stesso Cassius Marcellus era veramente contrario alla pratica dello schiavismo e della schiavitù, decise di prendere tutto il nome in suo onore, almeno così sembra. Dunque, il piccolo Clay si ritrovò un nome che non apparteneva proprio alle sue naturali origini.
Difatti, Marcellus Cassius Clay jr aveva discendenze nigeriane; mentre sua madre, Odessa Lee Grady, presentava una doppia origine: quella del Madagascar e, per parte di un nonno, persino irlandese. Rispettivamente, padre e madre della futura leggenda della boxe, era di religione sia metodista che battista.
E proprio su questo, Cassius Senior cedette alla volontà della moglie di crescere i suoi due figli con il credo battista. Infatti, Cassius junior non era figlio unico e per poco non avrebbe avuto un altro nome. Nel senso che il nome del fratello era Rudolph Arnett Clay. Un nome che, inizialmente, doveva essere attribuito al futuro pugile. Invece, fu proprio Odessa ha mantenere la classica tradizione secondo cui il primogenito doveva avere il nome del padre.
Nascendo in uno degli Stati schiavisti del Profondo Sud degli Stati Uniti d’America, il piccolo Clay imparò subito a proprie spese che il mondo che lo circondava non era a misura della sua comunità. A confermarglielo ci furono due episodi relativi sia all’infanzia e sia durante l’adolescenza della leggenda della boxe. Due episodi collegati rispettivamente ad una semplice ed innocente richiesta ed alla perdita di un oggetto che rappresentava una sorta di premio economico indiretto.
Per quanto concerne il primo episodio, purtroppo, anche il futuro pugile, non poteva essere altrimenti in quegli anni negli Stati Uniti d’America, andrà incontro ad un nemico che gli terrà testa per parecchio tempo durante la sua esistenza: il razzismo. Essendo molto piccolo ed entrando in un locale riservato ai bianchi, chiese, innocentemente, un bicchiere d’acqua che gli venne negato per il colore della sua pelle. Un episodio che lo colpì profondamente.
A distanza di qualche anno, invece, il secondo episodio che, se non gli fosse mai accaduto, oggi, lo ammettiamo, racconteremo un’altra storia o quantomeno ci sarebbe stato un altro al posto suo e, di conseguenza, non pubblicheremmo neanche questo intero reportage dedicato a lui. Infatti, un bel giorno Cassius Clay si diresse in un posto con la sua nuova bicicletta. Gli fu regalata dal padre, perché quest’ultimo era riuscito ad ottenere dei guadagni importanti con il suo lavoro.
Si trattava di una bicicletta, modello Swinn color bianco rossa. L’aveva lasciata fuori dal luogo in cui entrò, per qualche minuto. Quando ritornò a riprenderla non la vide al posto in cui l’aveva lasciata. Il destino e la sfortuna vollero che Cassius non la ritrovasse mai più; ma sempre il destino, accompagnato dalla fortuna questa volta, portarono l’adolescente Cassius Clay a cercare nei seminterrati della Columbia, trovandoci Joe E. Martin, un poliziotto di Louisville…