Un incontro con Ilia Tufano è un’immersione piena nel mondo dell’arte contemporanea, dal momento che la sua personalità occupa un posto centrale nelle vicende dell’arte napoletana non soltanto come validissima artista di matrice ‘concettuale’, ma anche come gallerista.

Le chiediamo subito come possa conciliare questo suo doppio modo d’essere, rivelandoci se, in fondo, ‘essere’ artista e ‘fare’ la gallerista non siano due facce d’una stessa medaglia.

Ilia Tufano: Mi è capitato di sentir dire che un artista fallito si mette a fare il gallerista, forse anche tu hai sentito esprimere più o meno esplicitamente questo giudizio che però, sommario e rudimentale com’è, pure conserva qualcosa di vero. Vediamo in che senso. Al mio esordio nel mondo dell’arte ho conosciuto Pasquale Forgione, grazie alla cara amica Carmen Ferrara, che mi propose per una personale alla galleria ”A come Arte”, piccolo spazio in una traversa di via Carlo Poerio, creatura di Pasquale Forgione, architetto, docente e gallerista che, come artista si firmava “Forpa”. La galleria era ben frequentata, vi ho conosciuto tanti artisti che poi ho ritrovato nella storia dell’arte napoletana, come Barisani, Spinosa ed un giovanissimo Vincenzo Trione che scriveva su ‘Il Mattino’. Senza dubbio questa esperienza è stata importante: anche per capire cosa non volevo fare, quando, venuto a mancare l’artista-gallerista, chiuso lo spazio, pensai che potevo cominciare io. Non si può negare che un gallerista che vive la sua attività come un’azienda difficilmente penserà di proporsi seriamente come artista, né un artista di grido, carico di impegni e di gratificazioni avrà interesse a gestire una galleria. Ho incontrato però tanti artisti che aprono spazi o organizzano mostre, invitando altri artisti, ed ognuno ha la sua storia e le sue ragioni per farlo: c’è un terreno comune tra i due profili. Ho sentito subito che dovevo evitare di vendere arte, volevo soprattutto creare un luogo d’incontro, di riflessione, di progettazione. Ecco perché all’arte ho affiancato da subito seminari di filosofia, reading di poesia, presentazione di libri

R. Pinto: Ilia, la tua qualità di artista è pienamente riconosciuta nel contesto nazionale ed internazionale e la tua arte conferma il tuo modo di presentarti: sempre in punta di piedi, estremamente gentile e disponibile, eppure con una forza straordinaria che è quella dei tuoi lavori di carattere ‘concettuale’ e dei tuoi ‘libri d’artista’, ben distinti in una ‘levità’ che non è ‘leggerezza’.

I. Tufano: Di queste care parole ti ringrazio. Ti dico anche che per me la maggiore gratificazione è stata poter fare, “provarci”, condividere emozioni, impegno con altri artisti, capire qualcosa in più, dal di dentro, dell’arte. A proposito di “concettuale” vorrei ricordare questo breve testo di J. L. Borges:

“Il Dono Infinito. Un pittore ci promise un quadro. Adesso, nel New England, so che è morto. Ho sentito, come altre volte, la tristezza di capire che siamo come un sogno. Ho pensato all’uomo e al quadro perduti. (Soltanto gli Dei possono promettere, perché sono immortali.) Ho pensato al luogo prestabilito che la tela non occuperà. Poi ho pensato: se la tela fosse lì, diverrebbe col tempo quella cosa in più, una cosa, una delle vanità o abitudini della mia casa; adesso è illimitata, incessante, capace di qualunque forma e di qualunque colore e non legata a nessuno. Essa esiste in qualche modo. Vivrà e crescerà come una musica, e rimarrà con me fino alla fine. Grazie Jorge Larco (Anche gli uomini possono promettere, perché nella promessa c’è qualcosa di divino.).

Ed anche quest’altro testo, sempre di Borges:

“Il sapore della mela (dichiara Berkeley) sta nel contatto del frutto con il palato, non nel frutto stesso; analogamente (direi io) la poesia sta nel commercio del poema con il lettore, non nella serie di simboli che registrano le pagine di un libro. L’essenziale è il fatto estetico, il Thrill, la modificazione fisica che ogni lettura riesce a suscitare”. Prologo al “Carme presunto e altre poesie” 1958.

Con queste citazioni voglio additare l’origine, i caratteri della mia vocazione “concettuale”, che non ha il taglio radicale del vero e proprio concettuale di Sol le Witt, di Kosuth, di Art & Language. Sono sensibile al tema della complessità e dell’impermanenza” del linguaggio piuttosto che all’esaltazione della sua puritana assolutezza, alla quale non credo. Sono convinta inoltre del ruolo che spetta al fruitore così come alle circostanze mutevoli del tempo e del luogo. La leggerezza, poi, non è smaterializzazione ma coscienza del carattere relazionale di ogni giudizio. Devo molto alla lettura del Tao ed insieme al pensiero di Albert Camus, alle Operette morali di Leopardi ed a J. L. Borges. C’è però in Kosuth un tema che ho fatto mio: la liberazione dell’arte dalla sua qualità di oggetto e di merce. E proprio negli anni sessanta del ‘900 Ray Johnson dà vita alla Mail Art. La stessa limitata consistenza delle opere in carta, le modalità alternative della pubblicazione hanno creato nel tempo un mondo fatto di relazioni a distanza ma assai personali, finora sottratto alla speculazione.

R. Pinto: Hai scelto di proporre una creatività ricca di contenuti: in quale misura tu ritieni che il ‘contenuto’ possa essere considerato il motore della vera prestanza artistica?

I. Tufano: Carissimo Rosario, mi rendo conto che certe parole aiutano a farsi capire anche se poi creano equivoci, come ad esempio la coppia: contenuto/ forma. Ho letto un giorno che il poeta per rendere appetibile il vero deve fare ciò che si fa per far bere ad un bambino una amara medicina: spargere miele sull’orlo del calice. Povero Torquato (Nomen/Omen) Tasso che doveva far sopravvivere in un’epoca di grave autoritarismo la sua poesia! Non è meglio riportare al sole una parola come “impegno”, che poi può essere morale, civile, politico ma anche scientifico o semplicemente umano? A me piace la parola “senso” per indicare l’impegno a comunicare con evidenza, con forza espressiva, evitando cioè l’estetismo, cioè l’abuso delle parole ovvero delle lusinghe del colore, delle forme. C’è un’etica della chiarezza e soprattutto del rispetto dell’arte, credo. Tu ti riferisci forse ad un’epoca precisa ed ad alcuni artisti in particolare che hanno rifiutato l’impegno etico-politico ed hanno in certi casi abusato della pittura, cui dicevano di voler tornare, ad artisti che si sono dedicati a ritornare su moduli del passato, come se niente di nuovo, di intonato al presente la pittura potesse produrre. La nostra epoca così incerta così tormentata avrebbe bisogno di forza espressiva, di pensiero efficace, è vero. Ma l’estetismo si vende bene anche oggi, la ripetizione fa comodo ed io temo che anche le pretese novità della intelligenza artificiale abituino in fondo al riuso del già visto.

R. Pinto: Parlare di ‘contenuto’ non deve lasciare inosservato l’aspetto ‘formale’, che nelle tue opere è sempre particolarmente curato, frutto di una sensibilità molto attenta al dettaglio, molto puntuale nella osservanza di un progetto che ispira la tua opera: quale è il rapporto, allora, tra empito espressivo e vigilanza di controllo?

I. Tufano: Ti confesso, caro Rosario, che mi accuso spesso di non lasciarmi andare alla volontà del momento, di procedere sempre per rotture progressive di ostacoli, insomma di essere troppo dipendente dalla coscienza, di non saper operare d’impeto. Ecco che chiamo in soccorso la casualità dei materiali, gettando il colore o l’inchiostro sulla carta o sulla seta. E poi mi limito a ritagliare a selezionare quello che meglio mi esprime. Qui pesa il fatto che gli studi umanistici e la mia educazione al razionalismo, all’autocontrollo, alla responsabilità abbiano come costruito un confine difficile da varcare. Anche la modalità del collage mi aiuta a superare quanto di “neoclassico” mi rimane, mio malgrado.

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