Seconda parte della nostra lunga recensione sul biopic più atteso dell’anno: Michael
Il biopic su Michael Jackson giunge, quasi, a ben diciassette anni di distanza dalla sua improvvisa, misteriosa e tragica scomparsa. Da quel 25 giugno del 2009, che ormai sta diventando sempre più lontano nel tempo, le tante domande alimentate dalla sua morte sono state, per certi versi, anche, in parte ed in via indiretta, il motore stesso della produzione del film. Non è un caso che, nelle dichiarazioni riportate da noi quattro anni fa e riconfermate due anni più tardi da Graham King, s’intuisce che quella, in sostanza, è la linea tracciata dallo sceneggiatore e dal regista.
Il punto però, sempre come abbiamo iniziato a sottolineare ieri nella prima parte, in che modo si voleva raccontare Michael Jackson al cinema? Una domanda, da un milione di dollari, che a partire dal 22 aprile ha trovato risposta definitiva, rispetto ai tanti pettegolezzi, alle tante voci incontrollate, in cui volevano lo stesso progetto come diviso in due parti o un film di tre ore o, persino, la possibilità che non uscisse affatto visto che, ad un certo punto, si è innescata, in tutti questi lunghi anni, anche una diatriba tra i familiari del sovrano della musica e gli sceneggiatori e regista per una scelta alquanto discutibile ma tristemente doverosa.
La possibilità d’inserire, nel biopic, quelle maledette accuse che rovinarono non solo la carriera del Re del Pop ma, soprattutto, destabilizzarono ancor di più, la fragile psiche di colui che non fu solo un cantante, ma un autentico showman di cui, al giorno d’oggi, non esistono eguali. La verità, emersa indirettamente non solo dalle parole riportate precedentemente, è che la vita stessa di Michael Jackson è, ‘sì complicata’ come ha sostenuto giustamente King, ma anche troppo ampia per contenerla tutta in unico progetto. Non a caso, i titoli pubblicati da parte dei vari media, relativi al film diretto da Fuqua, alimentano il concetto ‘di un film che non osa’.
Da parte nostra e partendo dal presupposto che cercheremo di non spoilerare o quantomeno di farlo in grandi linee, questa considerazione, da parte di altre testate, è sì vera, ma non proprio del tutto completa. È anche vero che, in questo lungo periodo di attesa dell’opera cinematografica biografica, non è mai stato chiarito se ‘Michael’ fosse composto da un unico atto, quello uscito questa settimana, o magari con un secondo capitolo con data da svelare. Molto probabilmente, se fosse veramente così, allora si deve attendere il verdetto del box office per sperare nell’approdo, sempre sul grande schermo del sequel.
Ma non perdiamoci in chiacchiere e rimaniamo focalizzati su quello che abbiamo visto in questo ambiziosissimo progetto biografico in cui il materiale a disposizione era veramente tanto; talmente troppo che, per certi versi, non solo le scene o i momenti, specialmente chiave, sono sembrati troppo veloci, ma si è avuta anche la sensazione che, proprio su determinati punti, sia lo sceneggiatore che il regista, non sono riusciti a soffermarsi.
Momenti chiave che hanno rappresentato, per tutta la durata del film, la vera chiave di volta, non solo del film, ma anche della vita del cantante. Se consideriamo la storia reale e la portiamo nel mondo della fantasia, con il classico schema dello scontro, come si vede in qualsiasi trama che si rispetti, c’è sempre un protagonista ed un antagonista. Entrambi, chiaramente, fungono da bene e male.
Questa caratterizzazione, in considerazione di personaggi che sono esistiti veramente, ha trovato conferma nella contrapposizione, drammatica nella realtà e purtroppo anche nella finzione, tra padre e figlio. Per un paradosso, Joseph Jackson, padre del sovrano della musica pop ed interpretato nel film da Colman Domingo, presenta, nella sua essenza, entrambe le caratteristiche. Quella del bene e quella del male.
Storicamente è lui che si accorge del talento del figlio; ma, sempre storicamente, è sempre lui a non consentire, allo stesso Michael, di avere una vita al di fuori del palcoscenico. I continui momenti di tensione tra lui ed il figlio non sono riportati tanto per mera ricostruzione asettica, semmai sono il cuore stesso del film.
D’altronde apparirebbe davvero impossibile non toccare quel tasto e, soprattutto, non si spiegherebbe, successivamente, la non evoluzione dello stesso Michael Jackson. Se Colman Domingo riesce bene nella missione a mostrare la vera natura del padre, non è da meno anche l’uomo tanto atteso in questo stesso progetto biografico sul grande schermo.
La sua performance viene premiata anche da parte, ancor di più, per un motivo non tanto irrilevante. Di attori, di interpreti bravi e fuoriclasse ce ne sono eccome. Di esperienza, senz’altro. quindi, nel momento in cui si sparse la voce, ufficialmente s’intende, della realizzazione del biopic, era chiaro a tutti che serviva, proprio per quel ruolo, qualcuno che fosse credibile e non lo facesse rimpiangere sul grande schermo. Possiamo dire, ammettere, sostenere, confermare, sancire, scegliete voi quale sia il termine adatto, per attribuire all’esordiente Jaafar Jackson di colui che, per il mondo intero, fu un autentico talento della musica, ma per questo ragazzo di soli 29 anni è stato suo zio.
Si, avete letto bene: Michael Jackson è stato interpretato da uno dei suoi nipoti, figlio di Jarmaine; l’altro leggendario componente dei Jackson 5. Jaafar, soprattutto nelle sequenze tanto attese, non tenta neanche di imitarlo, anzi è Michael. Tant’è che in una recente intervista avrebbe persino dichiarato di non aver più visionato i video di suo zio per paura di imitarlo, appunto, rischiando di non apparir troppo naturale.
Ecco, in questo caso possiamo dire che Jaafar ha portato a termine la missione e, a questo punto, appare un peccato che lo stesso film non sia approdato sul grande schermo molto prima rispetto all’ultima notte degli Oscar. Forse non avrebbe agguantato, al primo colpo, l’ambita statuetta d’oro, ma di sicuro, la stessa Academy avrebbe notato il suo talento.
Allora, visto che ci stiamo girando un bel po’, in sostanza dall’apertura di questo speciale, cosa non ha funzionato nel biopic interamente dedicato al Re del Pop; soprattutto se, tra dichiarazioni rilasciate e il materiale di quasi due ore e dieci, non sussiste nessuna traccia di incoerenza?