Il 4 aprile del 1976 usciva nella sale americane il film capolavoro con Robert Redford e Dustin Hoffman
Ciò che forse in pochi sanno, del film ‘Tutti gli uomini del Presidente’, fu la lungimiranza di uno dei due attori protagonisti che si attivò affinché questo grandissimo film di impegno civile e d’inchiesta venisse, al di là di tutto, realizzato. Dobbiamo dire grazie a Robert Redford, scomparso l’anno scorso e che quest’anno, invece, avrebbe tagliato il traguardo dei 90 anni, che, secondo le cronache dell’epoca, sarebbe stato proprio lui in persona a contattare i due cronisti, convincendoli della stesura del libro che avrebbe, poi, ispirato il film. Una trasposizione cinematografica, comunque, fedele e che conquistò, in tutto e per tutto, critica e pubblico.
Un successo cinematografico iniziato già durante le fasi di sviluppo ed esattamente quando l’iconico attore venne a conoscenza dello scandalo e contattò sia Woodward e Bernstein. Non solo, una volta atteso la pubblicazione del manoscritto, Redford pagò ben 450.000 dollari per i diritti d’autore per conto della Warner Bros. La stessa casa di produzione, a quel punto, stanziò un budget di ben 5 milioni di dollari.
Il progetto andò in porto quando la Wilwood Enterprises pose, come condizione base ed imprescindibile, che nel film doveva prendere parte lo stesso Redford, il quale era anche il fondatore della piccola casa di produzione cinematografica.
Ma chi lo sceneggiatore del film? A chi spettò la patata bollente o la rogna nel tentativo di trasformare il manoscritto in una sceneggiatura dal doppio genere drammatico e thriller convincente per il pubblico americano e non solo? Le cronache dell’epoca ci riportano il nome di William Goldman, già autore del leggendario capolavoro ‘Butch Cassidy’, proprio con lo stesso Redford.
A quanto pare, però, la prima bozza o comunque la prima versione non soddisfò le richieste dei produttori, di Redford e neanche dei protagonisti originali. Anzi, secondo la leggenda, fu lo stesso Bernstein a riscrivere tutto con la sua futura moglie, Nora Ephron. Motivo? Bernstein riteneva troppo romanzata la prima bozza; quest’ultimo, come Woodward, si dedicò alla lettura per dare un giudizio allo stesso Redford, che gli l’aveva mostrava dopo il suo disappunto già specificato in precedenza.
Ma Bernstein non ricevette mai la richiesta da parte di Robert Redford di riscrivere l’intera sceneggiatura. Dunque, fu un’iniziativa dello stesso cronista del Washington Post non proprio ben vista. Infatti, Goldman lo prese come un mero affronto e Redford, comunque, per difendere il collega, non la prese bene neanche lui.
Sempre secondo le cronache dell’epoca, questo episodio venne riportato nell’autobiografia dell’attore scomparso nel settembre del 2025, in cui affermerebbe che la sceneggiatura venne riscritta da lui e dal regista. Eppure a smentire questa ricostruzione delle fasi di scrittura del film fu il direttore della rivista Written By, Richard Stayton, il quale, mediante un articolo pubblicato, affermò che la stessa prima versione di Goldman non venne in alcun modo toccata.
Interessante è anche il soffermarsi su come venne scelto l’attore che ricoperto il ruolo di Bernstein, mentre Woodward avrebbe avuto il volto, a quel punto, dello stesso Redford. Per evitare di scegliere o comunque di ingaggiare un interprete troppo giovane o quantomeno sconosciuto, rischiando di non ottenere la stessa importanza, perché oscurato dalla personalità di Redford, si virò verso un grande nome. E che nomi, diremmo noi
Si, perché la scelta era veramente ardua tra coloro che erano sì giovani, ma già affermati. Tant’è che ad un certo si pensò ad Al Pacino. Alla fine, però, come ormai si sa da giusto cinquanta anni a spuntarla fu proprio Dustin Hoffman. L’intenzione era quella di ricorrere alla stessa strategia applicata dalla Paramount con altre due leggende del cinema hollywoodiano: John Wayne e James Stewart in ‘L’uomo che uccide Liberty Vance’ del 1962.
Per quanto concerne il ruolo del caporedattore Ben Bradle anche in questo caso la lista di nomi dei papabili era molto lunga. Una lista composta da: Karl Malden, Anthony Quinn, Christopher Plummer, John Forsythe, Leslie Nielsen, Gene Hackman, Robert Stack, Robert Mitchum, Telly Savalas, Burt Lancaster, Henry Fonda, Kirk Douglas, Gregory Peck, Lee Marvin e George C. Scott.
Proprio quest’ultimo era quello più accreditato ad ottenere il ruolo di caporedattore, ma quando fu il momento di entrare in sintonia con la redazione del Post si dimostrò freddo e distaccato. A spuntarla fu, invece, colui che aveva sempre fatto il ruolo da perdente al cinema, Jason Roboads. Ricordato accanto a Charles Bronson ed Henry Fonda in C’era una volta il West di Sergio Leone.
Una lunga lista venne stilata anche per prestare il volto all’editrice del quotidiano, Katharine Graham. Nomi come: Lauren Bacall, Patricia Neal, Alexis Smith, Dorothy McGuire e Geraldine Page. Ma alla fine lo stesso personaggio venne eliminato dalla sceneggiatura.
Tra coloro che vissero realmente la vicenda sapete chi prese parte al film? Proprio colui che colse in flagranza di reato i cinque intrusi nel Watergate. Si, proprio così: la guarda giurata Frank Willis, scomparso all’età di 52 anni nel 2000. Dunque, dicevamo del budget stanziato dalla Warner Bros e che ammontava a soli, si fa per dire, 5 milioni di dollari. Bene, il film ne incassò, al botteghino, ben oltre i 70 milioni e mezzo di dollari. Precisamente 70 milioni e 600 mila dollari.
Cosa ci sarebbe da dire ancora in merito su questo eterno capolavoro del cinema americano e non solo? Diciamo che sarebbe anche giusto considerarlo come uno dei capolavori della storia del cinema in generale e quindi mondiale. Ma sappiamo che non basta, sappiamo che avremmo dovuto soffermarci di più anche su altri aspetti relativi alla fase di lavorazione del film. Invece, abbiamo voluto riproporre, in parte, il reportage pubblicato nell’agosto del 2024, visto il film stesso non ha presentato nessuna scena o parte romanzata ma ha ricostruito fedelmente la vicenda così com’era avvenuta qualche anno prima. Anche per questo motivo ci è sembrato logico di celebrare in questo modo i 50 anni dell’uscita di un capolavoro assoluto del cinema.