Il 4 aprile del 1976 usciva nella sale americane il film capolavoro con Robert Redford e Dustin Hoffman
In questi lunghi cinque giorni vi racconteremo una vicenda, in parte già affrontata come mero evento storico. Da oggi 31 marzo, invece, questo reportage si svilupperà non solo in una sola rubrica, non in due rubriche, ma addirittura tre. Si, nulla di eclatante, nulla di eccezionale, nulla che determini quella che, per noi, è già l’ordinaria amministrazione, nonostante si tratti di straordinaria amministrazione. Eppure, volete mettere insieme, in una delle rare volte come questa, la rubrica ‘Storie di Cinema’, con ‘Usa Stories’ e, a sua volta, la rubrica comunemente denominata ‘Storia’?
Il punto è chiarire, all’interno di questo lunghissimo appuntamento, cosa ci sia di tanto storico? La riposta è semplice: tutto. Sia per quanto riguarda l’evento da ricordare in sé e sia per quanto concerne ciò che venne raccontato sul grande schermo a partire dal 4 aprile del 1976 e, soprattutto, in che modo vennero ricostruiti i fatti. Ma come sempre, come spesso ci accade in ogni occasione, ogni qualvolta dobbiamo ricordare, celebrare, raccontare, analizzare sia un fatto storico, sia la nascita o la scomparsa di una illustre figura del mondo della cultura o dell’intrattenimento, sia l’uscita di un disco o di una serie tv o di un film, è tradizione, come sapete, riportare questa espressione: andiamo con ordine; soprattutto anche per un motivo molto semplice: non ci immergeremo subito nella cronaca da backstage, riguardo alla parte cinematografica, ma bensì subito con quella storica.
Per molto tempo, prima dell’arrivo di Donald Trump, negli Stati Uniti d’America, e forse anche nel resto del mondo, c’era un’unica grande convinzione su chi fosse stato il peggior Presidente nella storia della nazione. Nessuno, su questo tema non ha mai mostrato tentennamenti quando una volta posta la domanda e, ciò valeva, anche per conseguente risposta. Oggi, invece, qualche dubbio permane, soprattutto in considerazione su alcune ripercussioni interne ai cinquanta Stati.
È vero, era un’altra epoca, un’altra politica e un’altra America e, oltretutto, analizzando questo evento dal punto di vista prettamente storico ci sovviene, quasi, il dubbio, appunto, se quei giudizi che furono lanciati come strali verso il bersaglio, che rappresentava l’incompetenza in persona, non siano stati, a distanza di ben cinquanta lunghi anni, forse, un po’ troppo feroci?
Partiamo così, dunque. Da questo quesito non buttato a caso, non mosso con l’intenzione di rivalutare personaggi e protagonisti della vicenda che andremo a ricordare, ma lo scopo ben preciso di analizzare l’essenza stessa di un evento che, per la storia della nazione a stelle e strisce, è stato, nella loro essenza, veramente epocale. Fino a quel momento, in quasi ben duecento anni di storia, nessun Commander In Chief si era dimesso a causa di uno scandalo e che scandalo, aggiungiamo noi. L’atto finale ha come data 9 agosto del 1974. Eppure, tutto ha inizio il 17 giugno del 1972, solamente due anni più tardi.
Siamo nei mitici anni ’70. La questione Viet-Nam imperversa ancora per tutto il paese. L’escalation del conflitto in Asia era ormai diventata sempre più realtà quattro anni prima, in quel leggendario e maledetto 1968 dove successe di tutto, ma proprio di tutto. A causa di ciò c’erano grosse ripercussioni socio-politiche abbastanza profonde, che ancora oggi hanno lasciato un segno tangibile nell’evoluzione degli Usa. L’inquilino della Casa Bianca era il delfino di Dwight ‘Ike’ Eishenewer. Si, proprio colui che perse le elezioni dodici anni prima, in favore del primo Presidente cattolico della storia, e che stava rischiando di perderle anche quattro anni prima. Semmai fosse accaduto sarebbe stata una vera e propria maledizione per lui.
Dicevamo, tutto ebbe inizio nella notte del 17 giugno del 1972. Siamo nella capitale, Washington, nel cuore della democrazia. Nel quartiere chiamato Foggy Bottom sorge, ancora adesso, un enorme complesso edilizio composto da ben sei edifici in cui vengono compresi appartamenti, uffici ed un hotel. Iniziato ad essere edificato nel 1962, i lavori del complesso, grazie alla tutta italiana Società Generale Immobiliare di Roma, terminarono solamente un anno prima a quello che vi stiamo per raccontare. Sempre nello stesso anno prima, nel 1971 tanto per intenderci, sarà completato anche un altro edificio di cui vi sveleremo più avanti la natura ed il nome che gli venne attribuito.
Oltre a ciò che vi abbiamo indicato, in uno di quei sei palazzi c’era anche la sede di uno dei due partiti che periodicamente, si affrontarono per le elezioni di medio termine e per le presidenziali. In quella notte di quasi inizio estate, mancavano solamente quattro giorni al classico solstizio della bella stagione, cinque uomini fecero ingresso furtivamente nella sede del partito con un motivo ben preciso, ovvero fotografare documenti e, cosa ancor più grave, intercettare telefonate. Ma il piano non andò a buon fine perché vennero scoperti ed arrestati dalla polizia quella notte stessa. Ma come sempre andiamo con ordine.
In quell’inizio di estate del 1972 impazzava la campagna elettorale per le presidenziali di quello stesso anno. Il partito maggiormente coinvolto, il partito che aveva tutti gli occhi della nazione, se non del mondo intero, era quello Democratico. Il Commander in chief, all’epoca, era un Repubblicano, come oggi anche se non può più cercare la conferma per rimanere al 1600 di Pennsylvania Avenue.
Comunque, come vedremo in altri appuntamenti, quando il Presidente è in carica nessuno dei possibili candidati si permette di sfidare chi ha vinto le elezioni precedenti. Non è una regola scritta, ma rappresenta una sorta di prassi elettorale che si è consolidata nel corso del tempo.
Dunque, il primo cittadino della nazione era tranquillo mentre attendeva che dall’altra parte si scannavano, elettoralmente parlando, per andarlo a sfidare in quel 7 novembre del 1972. Le primarie democratiche vennero vinte da George McGovern il quale, però, venne umiliato nell’Election day di quel novembre dell’uomo in carica per un secondo mandato.
Sembra che stiamo divagando e facendo troppo i misteriosi. È impressione, perché in fondo la bomba, il caos provocato da quello che sembrava un’anonima notte di quasi inizio estate ancora lontano dall’esplodere. Ed era, dunque, come una bomba ad orologeria. Di cui gli echi della deflagrazione si sentono ancora oggi, a distanza, rispettivamente, di quanta cinquantaquattro e cinquantadue anni esatti dalle due date in questo reportage che ricorda questo evento…