Il 5 marzo del 1981 uscì nelle sale italiane il primo film di Massimo Troisi

Giungendo all’ultima parte del reportage dedicato ai 45 anni del primo film di Massimo Troisi, Ricomincio da tre, non è che abbiamo notato di aver sorvolato o quantomeno dimenticato alcuni dettagli fondamentali. No, sono stati volutamente rinviati fino all’ultimo atto di questo lungo speciale. Motivo? Per poter parlare, sia nella seconda che nella terza parte, anche in maniera generale dell’attore nato a San Giorgio a Cremano il 19 febbraio del 1953, visto che in tutti questi anni, in maniera approfondita non lo avevamo mai e poi mai dedicato notevole spazio.

Soprattutto, ‘Ricomincio da 3’, ha rappresentato, per noi, la vera occasione di analizzarlo in un certo modo, tenendo presente, non tanto la sua storia personale e professionale, semmai di entrare, in punta di piedi, in quella che consideriamo essere la sua vera e propria essenza: la sua filosofia di vita. Si, suona strano per molti accostarlo a questa espressione.  

Strana nel senso che Troisi è sempre stato accostato alle parole come comicità, teatro, cabaret e cinema o film. Da parte nostra non è un’operazione per distinguerci, di proposito, dagli altri addetti ai lavori, molto probabilmente più esperti di noi; forse, la nostra intenzione nasce dalla volontà di piazzare ‘la nostra telecamera’ da un’angolazione diversa per poterlo comprendere, assimilare e, con molta umiltà, cercare, ancora oggi a distanza di ben 45 anni, di entrare nel suo mondo non tanto criptico, anzi.

Se per filosofia si intende modo di pensare o di vedere le cose che ci circondano intorno a noi, possiamo definire, Massimo Troisi, come un attento osservatore della realtà che, a sua volta, lo circondava. Uno sguardo a trecentosessanta gradi che lo ha portato a completare, fino ad un certo punto, un’analisi di sé e degli altri intorno a sé. L’elemento sul quale si è voluto focalizzare è, nella sua prima opera cinematografica, è un pretesto ben preciso, quello del viaggio.

Chi si ricorda molto bene il film, Gaetano, deciso a riprendere dalle da tre cose che gli sono riuscite nella vita, parte da Napoli e oltrepassa quella linea di demarcazione che non è soltanto geografica e, a suo discapito, si ritrova sempre bersagliato da ciò che sembra un innocuo quesito: emigrante? La risposta che lo stesso personaggio rivolgeva chiunque gli poneva quella domanda, tranne in un solo caso, era nella sostanza questa: ma perché non ci si può muovere per conoscere, viaggiare…

Ovviamente, non siamo né capaci ne degni di riscrivere la sua originale battuta nella lingua napoletana e, oltremodo, non servirebbe neanche una sorta di traduzione di queste semplici parole, di questa semplice frase, che poneva l’accento su un tema non ancora del tutto risolto come problema: il pregiudizio.

È pur vero che attualmente viviamo in un’epoca in cui si è cercato di vincere contro il razzismo in tutte le sue pieghe alimentando, anche involontariamente, altri pregiudizi; ma anche vero che l’escamotage usato 45 anni fa dallo stesso talento puro di San Giorgio a Cremano era costruito su una base prettamente ironica in cui non si offendeva nessuno, portando a smontare, nei fatti, quel pensiero in maniera naturale con la sola forza della semplice riflessione.

L’elemento medesimo della riflessione o quantomeno considerata come arma, insieme alla forza straripante delle sue battute, mettevano a nudo anche altre sfaccettature. Esempio di scuola è la scena iniziale tra lui e Lello Arena sui tipi di miracoli che possono esistere o comunque materializzarsi nella realtà di tutti i giorni. Come non sottovalutare neanche, seppur condivisa tardivamente da parte nostra, la leggendaria scena di Robertino.

Sbeffeggiando, in quel preciso momento del film, non tanto chi credeva oppure no alla religione, ma l’estremizzazione medesima della stessa credenza applicata ai valori della società civile, rapportata ovviamente all’epoca del film, ma che troverebbe spazio anche nella nostra attualità.

E così ritorniamo quasi al punto di partenza, ritorniamo quasi a quella scena di apertura, per quanto riguarda, il nostro reportage, ma di chiusura del film che uscì 45 anni esatti. Con l’utilizzo di tale avverbio di quantità vogliamo solamente precisare che non ci siamo dimenticati di proseguire quell’accostamento che, lo stesso Troisi, sia in vita e soprattutto dopo la sua tragica scomparsa, gli è stato riconosciuto di portare avanti, ripetiamo chissà quanto volontariamente, quel duplice fardello del Principe Antonio De Curtis, in arte Totò, e la visione ben più sociale e alle volta amara e cruda di Eduardo De Filippo della società che circondava le due leggende del cinema e del teatro.

Il talento puro di San Giorgio A Cremano era, nella sua essenza, un ibrido fra le due figure che lo hanno preceduto e che hanno attraversato quasi la medesima epoca. Per questione prettamente anagrafiche, Troisi riuscì ad incontrare Eduardo, il quale grande drammaturgo gli manifestò una sincera stima per quello che il giovane talento stava mostrando fino a quel momento.

Ma lo stesso grande Eduardo riuscì a vederlo fino al 1984, fino a ‘Non ci resta che piangere’, riuscì a vedere i suoi David Di Donatello ed il Premio Antonio De Curtis; non riuscì a vedere, per fortuna aggiungeremmo noi, la tragica fine dello stesso Troisi. Eppure, siamo convinti che lo stesso Eduardo, in quell’attestato di stima rilasciato al giovane talento, era convinto fino al giorno della sua scomparsa, del 31 ottobre del 1984, che l’immagine stessa di Napoli era in buone mani.

D’altronde è proprio questo che stiamo cercando di dire, anche in maniera indiretta. Troisi, con la sua irruenza quasi nascosta, con il suo modo di porsi quasi timido, ma contraddistinto dal suo modo di parlare afasico, seguito da un’espressività apparentemente mono facciale, riuscì nella missione, impossibile e insieme al suo più grande amico Pino Daniele con la musica, di tirare fuori la propria città dalle sabbie mobili del pregiudizio.

Giunti a questo punto siamo consapevoli di non esser riusciti a parlare in tutto e per tutto del film ‘Ricomincio da 3’, ci siamo soffermati soprattutto da alcuni aspetti in generale, per poi cercare di giungere al particolare, non proprio approfondito nella sua interezza.

Si spera solamente, e perdonateci la citazione ironica ma doverosa, di esser riusciti a realizzare un reportage con ‘orgoglio e dignità, dignità e orgoglio’ e che allo stesso Massimo non gli sia sembrato troppo ‘scostumato’. 

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