Tra sorrisi riflessioni il film di Carlo Verdone, uscito il 20 febbraio del 1981, ancora oggi rappresenta una delle pietre miliari della commedia all’italiana

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Con la tragedia di Mimmo avremmo dovuto chiudere per non continuare ed evitare, così, la classica litania della retorica sull’Italia, sul nostro Belpaese e quanto alla fine ci piace nonostante tutto. alla fine, niente di tutto questo e per un semplice motivo: lo stesso film di Verdone ha un altro finale, quello del terzo episodio; quello, quasi sicuramente, più spiazzante dal punto di vista comico.

D’altronde se per un momento hai fatto cadere tutti nella disperazione con la morte della nonna del nipote bonaccione ed ingenuo, ti devi comunque inventare un colpo di genio che faccia riportare il sorriso a tutti?

Quel colpo di genio a Carlo Verdone lo trova, dal suo cilindro magico caccia un monologo che ancora oggi gli si rivolgerebbe la solita domanda anche da pivellini: come diavolo hai fatto a realizzarlo? Un monologo spettacolare nella sua essenza, dove non si capisce, non si carpisce neanche una parola, tranne alla fine e in quel caso è una delle espressioni colorite più azzeccate di sempre, un monologo, a detta dallo stesso attore e regista, girata un’unica volta e con una sola inquadratura, perché semmai avesse commesso l’errore di tentare di ripeterla anche solo come prova non gli sarebbe mai più riuscita come la prima volta.

Si, perché al personaggio di Pasquale Ametrano, il quale per certi versi sembrerebbe quello più fortunato di tutti, visto che ha lasciato l’Italia anni prima per far fortuna, in quei due giorni elettorali, gli succede completamente di tutto. dal furto dello stereo a quello delle borchie degli pneumatici a tante altre situazioni grottesche, paradossali e che non strappano più di un sorriso, ma fanno piegare letteralmente in due dalle risate.

Eppure, rispetto agli altri due, Ametrano, è quello che non parla mai; si sfoga solo, nei momenti di disappunto, solo con la mimica facciale o anche quando cerca di fare amicizia con dei turisti tedeschi e si copra il lecca-lecca uguale a quello di una bambina in autogrill, mentre si stava divorando un mega cono gelato.

La sua visita lampo in Italia, dunque, assume i connotati della classica situazione alla Fantozzi. Solo che il ragioniere più famoso d’Italia non mostrerà mai la prontezza di spirito come il personaggio di Carlo Verdone alla fine del terzo episodio e che, per certi, versi, chiuderà anche il film.

A questo punto dobbiamo soffermarci anche su un altro aspetto non proprio da poco, ovvero del perché Verdone, a Pasquale Ametrano, non la fa mai parlare, eccetto alla fine? Si potrebbe sostenere, con estrema certezza, che la ‘non parola’ del personaggio di Ametrano è stato, semplicemente, la mera volontà dello stesso Verdone nel tentativo, riuscito, di pareggiare i conti.

‘In che senso?’. Si, lo ammettiamo, anche in questo caso ci siamo lasciati andare ad un’altra citazione altrettanto famosa nel tempo. Nel senso, nel corso degli anni, Carlo Verdone svelò il motivo per cui non scrisse neanche una battuta per il terzo personaggio. Un motivo legato a Furio Zoccano.

Visto che il primo era logorroico e Mimmo, dal canto suo, presentava o comunque gli erano state attribuite battute di durata non pesanti, Ametrano doveva rappresentare il perfetto contrasto dal ‘troppo’ di Zoccano al silenzio, ma altrettanto simpatico dell’emigrante all’estero.

Talmente simpatico nei gesti, nelle espressioni, in quello che gli accade che quando arriva il momento, anche per lui, come lo è stato anche per gli altri due personaggi, il suo sfogo non è solo parte comica: c’è praticamente di tutto e raccontato all’inverosimile e con un linguaggio incomprensibile; uno sfogo chiuso con l’espressione finale che si sente forte e chiaro e che strappa, in tutti noi, più di una riflessione sul nostro modo di essere e su come vanno certe cose entro i nostri confini; per non dire come vanno anche nella nostra epoca.

Uno sfogo seguito da quell’espressione che alla fine ci piegare in due dalle risate e che ci fa dimenticare la tristezza, l’amarezza, la malinconia, la tragedia del finale precedente. Un modo di congedarsi dal pubblico in sala o da chiunque ha la fortuna di rivederlo o, per quanto concerne le nuove generazioni, di scoprirlo per la prima volta, di congedarsi, dicevamo, nel modo giusto.

In modo magistrale e irripetibile. D’altronde in Bianco, rosso e… Verdone, per quanto lo si voglia cristallizzare in un qualche genere cinematografico, che sia commedia, che sia commedia all’italiana o, persino, la commedia cosiddetta impegnata; categorie che solamente noi riusciamo a creare alle volte anche senza un filo logico, sarebbe piò opportuno sostenere un’altra prospettiva.

Una visione diversa dai classici cliché, soprattutto voluti dalla critica in generale, si perché alle volte non tutti debba esser categorizzato in un certo modo o debba rientrare, per forza di cose, in determinati schemi. Anche perché gli stessi schemi, un po’ come le regole, sono fatti, in determinate circostanze, per essere distrutti o quantomeno non più applicabili.

Siamo comunque quarantacinque anni esatti dall’uscita, come già ricordato nella prima parte, era il 20 febbraio del 1981 quando questo gioiello del cinema nostrano approdava sul grande schermo e in cui si raccontava, riportava, si rifletteva, si ironizzava su una società italiana che da tempo non c’è più, senza entrare in merito a ciò, ed era una società più genuina.

Uno spaccato di vita diviso in tre parti intrecciate e le cui parti finali mostrano un destino diverso e un perché diverso, in modo da suddividere la morale implicita in tre parti distinte, innescando ben tre riflessioni distinte e separate. Uno spaccato di vita, un ritratto tutto italiano, un’istantanea tutta italiana che, a nostro modesto avviso, dovrebbe esser considerata come un’opera cinematografica non classificabile, non cristallizzabile in nessuna categoria.

Sarebbe troppo poco per un lavoro di allora giovanissimo Carlo Verdone, il quale riuscì nell’impresa di superare lo scoglio non tanto dell’esordio, quanto di superare quanto di buono fatto allo stesso esordio. Un secondo film prodotto dal leggendario Sergio Leone e musicato dall’altro ed indimenticabile inarrivabile genio italiano, Ennio Morricone.

Di certo, con oggi sono trascorsi ben 45 anni, ma siamo sicuri che di questo film non si perderà mai e poi mai la memoria.

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