Tra sorrisi riflessioni il film di Carlo Verdone, uscito il 20 febbraio del 1981, ancora oggi rappresenta una delle pietre miliari della commedia all’italiana
Ieri avevamo concluso la prima parte con un bel punto interrogativo posto sul più bello nello sviluppo del discorso. Un punto interrogativo dal quale ci permette di riprendere il filo di quanto stavamo dicendo senza perderci in ulteriori riassunti, anche se non sono per nulla inutili.
Dunque, del capolavoro di Carlo Verdone di ben 45 anni fa, l’unico punto in comune, fra le tre storie non proprio slegate fra loro, è la giornata o il weekend elettorale in cui gli stessi personaggi si muovono tra situazioni bizzarre e divertenti; senza dimenticare i finali agrodolci un po’ perché sarebbe logici e un po’ perché è anche la stessa vita ad essere amara, quando meno te lo aspetti.
Dunque, tre episodi apparentemente scollegati l’uno dall’altro; apparentemente disconnessi l’uno dall’altro ma uniti non solo dall’ufficiale comune denominatore: la tornata elettorale, che funge anche come sfondo e raccontare queste tre trame differenti tra di loro. Sussiste un altro elemento, un altro dettaglio che li tiene uniti per poi farle rimanere in sospeso al punto giusto quando lo stesso autore decide di ritornare, quasi, al punto dove tutto si era fermato improvvisamente e solo all’apparenza.
Carlo Verdone, nella sua intuizione nel creare quello che sembra a tutti gli effetti una sorta di triplice film, usa un elemento poco comune della tradizione italiana nonostante, in passato, è stato sfruttato a dovere sul grande schermo: ovvero la tradizione dell’on the road e in questo caso, in questo particolare contesto, cinematografico, l’attore e regista dà vita quello che si può benissimo intendere un road movie all’italiana, più che all’americana.
Se oltreoceano gli inseguimenti, le sparatorie o comunque l’avventura insita nel sogno americano sono all’ordine del giorno; da noi gli elementi che caratterizzano la trama nella sua essenza sono un bel po’ differenti: gags, battute e quella più o meno critica sociale che non manca mai.
Diciamola così, se in Italia non si realizza o non si introduce qualche elemento cosiddetto ‘impegnato’, qualsiasi tipo di film non può considerarsi meramente cinema. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in Bianco, rosso e Verdone, sono tanti gli elementi che fanno riflettere e non tanto mediante la classica morale di turno, che può essere sia implicita che esplicita.
Una morale che emerge attraverso proprio quelle situazioni grottesche, esasperate, anche all’ennesima potenza in alcune circostanze ma che, nella loro essenza, riescono a fare due cose: ridere e riflettere.
D’altronde lo si è sempre sostenuto che chi riesce a strappare una risata o più di una risata è capace, allo stesso tempo, anche di far commuovere o comunque di far piangere e non al contrario. Ma come abbiamo detto spesso e fin dall’inizio di questo reportage e non solo in questa occasione: andiamo con calma, andiamo per gradi; andiamo un passo alla volta, con ulteriore precisazione che durante lo sviluppo di questa analisi non seguiremo l’ordine del film ma bensì una nostra ‘personale’ scaletta’ con un focus, ben mirato, su un singolo personaggio per parte.
E quindi il primo personaggio a passare sotto la nostra lente d’ingrandimento è quello dell’antipatico, logorroico, pignolo, pedante Furio Colombo. Perché? Semplice, perché ci piacciono le analisi fatte bene cari lettori e lo vedete ‘che la cosa è reciproca?’. Scherzi a parte, per iniziare abbiamo subito fruito di uno dei tormentoni più famosi che lo stesso personaggio, ideato da Carlo Verdone qualche anno prima, rivolge a più riprese a sua moglie durante lo sviluppo dell’episodio incentrato su di lui e sul viaggio della sua famiglia.
Per quanto riguarda le origini dello stesso, Verdone iniziò a proporre questa particolare figura dell’italiano medio, estremizzata al massimo, per la prima volta durante alcune puntate della storica trasmissione televisiva ‘Non Stop’. Un personaggio che, con il tempo farà la fortuna dello stesso Carlo e che sarà più volte ripreso anche in Viaggio di Nozze molti anni più tardi.
Se nella riproposizione degli anni ’90 la sventurata di turno aveva il volto della bravissima e talentuosa Veronica Pivetti, nel 1981 colei che non ne fa le spese addirittura con un gesto estremo, ma fuggendo letteralmente non tanto dall’amore che lo stesso Furio mostra per la sua consorte, semmai dalla sua irrimediabile essenza logorroica e maniacale nell’organizzare tutto e nell’avere tutto sotto controllo.
Magda, questo il nome del personaggio femminile che è entrata di diritto nella storia del cinema italiano con la disperata esclamazione ‘Non ce la faccio più’, era interpretata dall’attrice russa, all’epoca sovietica, Irina Sanpiter.
L’attrice, scomparsa qualche anno fa, venne scelta per la sua capacità espressiva, grazie ai suoi grandi e dolci, che rendeva perfettamente l’idea di una donna, ormai, rassegnata ed esasperata dal continuo monologo organizzativo del marito. Esasperata a tal punto da lasciare addirittura i figli, diventati la naturale continuazione del marito, che mollandoli, insieme a Furio, mentre quest’ultimo è impegnato, con un playboy di nome Raoul, interpretato da Angelo Infanti.
Le scene, che fino adesso abbiamo condiviso da YouTube oltre ad essere vari momenti dell’episodio che ha per protagonista lo stesso Furio Zoccano e la sua famiglia, sono state selezionate da parte nostra non tanto per ampliare il nostro discorso di mera analisi, semmai per lasciar posto alle poste alle immagini le quali, nella loro essenza, rendono molto il senso di quello che stiamo cercando di dire.
Non tanto di esplicare il messaggio insito in quei precisi momenti, semmai di lasciarlo emergere liberamente in modo da farvi riflettere liberamente, cari lettori. Perché in fondo non sempre tutto va spiegato pari passo o punto per punto. Di certo, non si può concludere questa parte dedicata a Furio Zoccano mediante un’ulteriore considerazione che sembrerebbe pleonastica ma non lo è.
Una considerazione che ci porterebbe ad anticipare ciò che affermeremo nella vera parte finale di questo reportage. Una riflessione su quello che sarebbe il primo finale del film, su quella che sarebbe la prima vera conclusione di ‘Bianco, rosso e… Verdone’. Un finale che lascia l’amaro in bocca nonostante le risate e nonostante le situazioni bizzarre che lo stesso Furio ci lascia durante il film, come quella stranezza rappresentata dall’incidente causato da lui stesso…