L’8 febbraio di 50 anni fa usciva nei cinema l’immenso capolavoro di Martin Scorsese, interpretato da un monumentale Robert De Niro
Le musiche di Bernard Hermann, nel corso del tempo, diventarono talmente iconiche le quali, per riconoscerle, basta solo ed esclusivamente poche note per rendersene conto. Le musiche, appunto. In apertura di prima parte avevamo accennato, durante la composizione della soundtrack, che una certa canzone in particolare e che stava approdando nelle radio proprio in quegli anni, avrebbe dovuto completare la lista delle tracce della colonna sonora.
Il titolo del brano, nella sua essenza, diceva tutto e non solo, persino il testo. Peccato che per problemi di produzione tra lo stesso autore e il produttore, discografico, non se ne fece nulla e questa piccola, misteriosa e tenera ‘City of night’ non venne inserita.
Dopo averla ascoltata, condividendo il video da Youtube, possiamo pacificamente sostenere che fu una vera occasione sprecata. Di sicuro avrebbe esaltato, ancor di più, alcuni momenti del film, soprattutto quando lo stesso Travis Bickle/Robert De Niro veniva inquadrato durante le scene notturne a bordo del taxi. In questo caso, purtroppo, possiamo solamente volare con l’immaginazione fruendo proprio del video di cui sopra per rendere concreta l’accoppiata perfetta tra Springsteen e le immagini leggendarie del film diretto da Martin Scorsese.
Film, rimanendo sempre in tema di colonna sonora, che, in fase di montaggio, venne dedicato alla memoria proprio del compositore scomparso quasi un mezzo prima. A questo punto veniamo al sodo, giungiamo a quella parte tanto attesa, quanto annunciata anche da parte nostra. Di sicuro sarà una di quelle analisi che rischiano di ripetere quanto già detto, sostenuto e confermato. Ma c’è dell’altro, un altro dettaglio che invece di ripetere quanto detto, semmai aggiunge e non poco. Ma prima osservate queste immagini.
È vero: abbiamo scomodato ciò che non andava scomodato. Un parallelismo che sappiamo assumere natura di mera bestemmia. Eppure, esiste un movente per questo ‘reato cinematografico’ che si siamo permessi di commettere ai danni, non di uno, ma bensì di due immensi capolavori della storia del cinema mondiale, realizzati a distanza di otto anni l’uno dell’altro.
Ebbene, cos’hanno in comune lo stesso Taxi Driver e nientepopodimeno che C’era una volta in America di Sergio Leone? Il finale. Si, proprio le ultime sequenze finali e per una fortuita coincidenza sempre con Robert De Niro protagonista. In entrambi i casi si ipotizza che entrambe le vicende siano solo ed esclusivamente il frutto dell’immaginazione di Noodles, nel caso del film di Leone, e di Travis Bickle nel caso dell’opera di Scorsese. Ovviamente due vicende diverse, due situazioni anche lontane nel tempo se vogliamo, ma con l’unico elemento che le accomuna: la possibilità che nulla di quello che abbiamo visto sia la realtà.
Nel caso del film del 1984, soprattutto per tutta l’intera vicenda, riguarderebbe solo la fervida immaginazione del protagonista grazie all’assuefazione delle sostanze oppiacee. Per quanto riguarda, invece, Travis Bickle che cosa non sarebbe mai accaduto secondo alcuni? Il dopo la sparatoria in cui il tassista uccide il personaggio di Harvey Keitel ed il cliente della ragazzina, rimanendo gravemente ferito.
Ecco, le polemiche, le ipotesi, le singole spiegazioni partirebbero proprio dalle condizioni di salute dello stesso tassista. È veramente morto? Si è veramente ripreso per poi tornare al lavoro e dialogare, al bordo del suo stesso taxi con Betsy? Avrebbe veramente tirato fuori da quella vita Iris facendola tornare tra le braccia dei propri genitori?
Ma a questo punto, anche da parte nostra, potremmo addirittura aumentare i quesiti come per esempio: anche l’incontro con la ragazzina sia reale oppure anche questo è frutto della sua immaginazione? Lo sappiamo cosa state pensando cari lettori, a quel punto sarebbe tutta una finzione come nel film di Sergio Leone?
Forse si o forse no. Difatti, potremmo avanzare anche un’altra ipotesi che prendiamo anche noi con le molle. Se nella scena iniziale del primo turno con il taxi, per le strade della Grande Mela, si sente, quasi fuori campo, mentre passano le immagini della città di notte, tutto l’ambiente che vede, altramente degradato, non potrebbe essere una metafora della sua mente?
Certo, anche in questo caso stiamo per tornare al punto di partenza: nel senso che nulla sia vero. Eppure, il marciume che lo stesso Travis vede passargli davanti agli occhi non potrebbe rappresentare una metafora del suo malessere mentale? Semplice suggestione o mera realtà dei fatti? Quella realtà che nessuno vuole vedere e da cui tutti quanti vorremmo fuggire per non vedere certe cose?
Fino a che punto Travis è un eroe e, sempre fino a che punto, lo stesso tassista è, nei fatti, un malato mentale? Perché se avesse veramente ed involontariamente tolto una ragazzina dalla strada e quindi dalle grinfie dei papponi, in questo caso, è da riconoscergli la qualità di eroe e se così non fosse? Sarebbe solo un alienato lasciato a sé stesso con delle turbe psichiche conseguenti la sua esperienza nella guerra del Vietnam.
In ultima analisi non possiamo chiudere questo lungo reportage riprendendo nel modo in cui avevamo aperto: con quella leggendaria scena dello specchio, quella sorta di monologo in cui il personaggio si ritaglia, non si sa quanto volontariamente, un notevole spazio tra le scene più iconiche e mitiche della storia del grande schermo. quel ‘Dici a me? Ma dici a me? Ehi non ci sono solo che io qui… ma come ti permetti brutto figlio…’ e ci fermiamo qui per ovvie ragioni. Duque, pensate che questa scena, queste battute erano in realtà previste dal copione?
In parte sì, ma dall’altro lato tutto quello che abbiamo visto in quella scena fu interamente improvvisata da De Niro. E pensare, dettaglio non subito snocciolato da parte nostra, che lo stesso attore italoamericano non era neanche la prima scelta: si ipotizzava di affidare il ruolo a Jeff Bridges o addirittura a Dustin Hoffman, con quest’ultimo, secondo le cronache dell’epoca, che rifiutò a priori il ruolo.
Possiamo dire, senza offendere e nulla togliere a ‘Il Maratoneta’, ma il ruolo di Travis Bickel è diventato leggenda e storia del cinema grazie e soprattutto all’altrettanto leggendaria performance dell’attore nato il 17 agosto del 1943.