L’8 febbraio di 50 anni fa usciva nei cinema l’immenso capolavoro di Martin Scorsese, interpretato da un monumentale Robert De Niro
Con la considerazione di ieri non vogliamo assolutamente sostenere che il film diretto da Martin Scorsese lanci, aprioristicamente, un messaggio del tutto positivo; perché semmai sostenessimo un pensiero del genere significherebbe due cose: uno, che non abbiamo inteso nulla dell’opera cinematografica uscita nel 1976; due, saremmo, nei vostri confronti cari lettori, fuorvianti noi, soprattutto per il motivo indicato in precedenza.
Questa parte di analisi si riallaccia a quello che dovrebbe essere il momento finale del film, in cui, per lo stesso Travis Bickle, tutto intorno a lui l’aria diventa più leggera e il mondo, finalmente, gli sembra più edulcorato. Verità o frutto della fervida immaginazione del protagonista? Ci ritorneremo a tempo debito.
Il punto su cui focalizzarsi, però, è quello relativo sulle condizioni, non tanto fisiche, quanto mentali dei reduci del Viet-Nam. Il tema, in questi nostri lunghi cinque anni, lo abbiamo affrontato tantissime volte; tranne in una sola occasione, proprio quella più celebrativa di tutte: quella legata al 30 aprile del 1975.
Difatti, lo scorso anno si sono ricordati i cinquanta anni dalla fine di quella guerra, le cui cicatrici si sono trascinate, per gli Stati Uniti d’America, per quasi lunghi venti anni fino al crollo delle Torri Gemelle. Cicatrici di ferite non fisiche, non corporali, per quanto riguarda i reduci, nonostante tornassero con braccia offese o magari sulla sedie a rotelle.
No, le vere ferite erano quelle nella psiche, nell’animo umano; erano nella testa di coloro che erano andati a combattere in nome della libertà, contro il comunismo, ma tornarono prigionieri dei loro demoni. C’è chi riuscì a sopravvivere e chi no, magari liberandosi, purtroppo, da gesti estremi. E chi, metaforicamente come Travis, vivevano alienati dalla società cercando di aprirsi o quantomeno di chiedere aiuto, ma sfuggendo alle conseguenze del loro malessere che si faceva sempre più incalzante.
Ciò accade anche per il personaggio di Robert De Niro il quale, famoso per essere estremamente preciso nel suo lavoro, per prepararsi al ruolo consegui realmente la patente da tassista per entrare meglio nella parte. L’espressione dell’attore italoamericano, fin dalle prime inquadrature, rende ben il senso sul semplice fatto che non stesse in alcun modo recitando, semmai si era completamente trasformato in una persona alienata, oltreché dalla società, anche da sé stesso. Infatti, ad un certo punto del film, si vede Travis Bickle scrivere a qualcuno: ai suoi genitori. Anche questo dettaglio potrebbe essere messo in discussione nella sua essenza.
D’altronde la leggendaria scena in cui De Niro pronuncia, davanti allo specchio, in realtà davanti alla cinepresa, ‘Ma dici a me?’ preparandosi al peggio visto che, durante il film, emerge che alcuni tassisti sono stati aggrediti, ponendo in risalto anche la stessa insicurezza del personaggio, accompagnata dalla rabbia e dalla frustrazione. Frustrazione per sentirsi impotente e frustrazione per come le cose, intorno a lui, stanno andando di male in peggio.
‘Taxi Driver’, quindi, deve essere visto come un mero film di denuncia generale e non solo per un’unica tematica, non solo perché è stato posto al centro l’emarginazione sociale di alcune persone. Considerando, persino, anche l’alineazione che la stessa società applica anche nei confronti di sé stessa nel non voler veder o ammettere certe realtà; di non voler ammettere certe problematiche che, con il passare dei decenni, anche di questi lunghi cinquanta anni, si sono rinnovate, per non dire, modernizzate in maniera del tutto negativa. Se qualcuno avrebbe l’intenzione di affermare che questo film potrebbe essere anche un monito per il futuro, non diciamo che ha ragione in maniera diretta, semmai in maniera indiretta.
In fondo, ogni opera cinematografica, di un certo spessore possiede, nella sostanza, messaggi non solo rivolti al presente ma anche verso il futuro. chiarendo, allo stesso tempo, che ‘Taxi Driver’ non è film futurista, semmai un lungometraggio, come si diceva un tempo, che lanciava uno sguardo in avanti, cercando di avvertire cosa sarebbe successo. Da un lato, alcuni casi cronaca, nel corso di questi lunghi anni, nonostante non si tratti di persone essenzialmente reduci di quella maledetta guerra, avrebbero una sorta di legame con il personaggio di Travis Bickle, ammettendo, anche da parte nostra, che lo stesso tema potrebbe essere oggetto di un ulteriore reportage, richiamando in causa anche altre opere cinematografiche realizzate ed uscite in quel decennio 1970.
È vero, sembra che stiamo per uscire dal seminato ancora una volta, ma è l’argomento stesso che lo richiede, nel senso che gli anni ’70, celebrati ed osannati per la discomusic, devono comunque essere osservati per il loro lato più oscuro. Gli Stati Uniti d’America, non tanto a partire dal 1975, semmai qualche anno prima e quindi all’inizio dello stesso decennio, inizio a dilagare un certo pessimismo, soprattutto, per quelle promesse mai concretizzate ed annunciate relative al decennio precedente: gli anni ’60.
Potremmo avanzare l’ipotesi che stiamo vivendo la stessa situazione, seppur con dinamiche differenti? Forse si o forse no. Forse è solo la nostra percezione distorta di un presente che non riesce a trovare una linea ben precisa e ben equilibrata per accompagnarci in un futuro abbastanza tranquillo? Senza dimenticare di contestualizzare ogni opera medesima, compresa questo in oggetto del reportage, nell’epoca in cui è stata pensata e realizzata.
Che, poi, in maniera diretta o indiretta, si trovano, addirittura, alcuni elementi con la realtà che circonda tanto di guadagnato. In fondo, non esiste un film senza un messaggio o prospettiva ben definita, anche se non lo riusciamo a cogliere fin da subito. Ciò vale anche per Taxi Driver.
Un film che cinquanta anni fa venne visto in un modo e che cinquanta anni dopo potrebbe esser visionato mediante un’altra prospettiva, ma il concetto, d’altronde, lo abbiamo in larga parte espresso anche se non proprio nella sua completezza. Dobbiamo ancora occuparci del finale e di cosa spinge lo stesso Travis a compiere un certo gesto e questo aspetto, sia della trama che del film, non lo possiamo ancora snocciolare, senza aver ricordato la presenza anche di altri tre attori che prestano il loro volti a personaggi apparentemente secondari, per non dire marginali, ma che si rivelano essenziale per lo sviluppo stesso del film…