L’8 febbraio di 50 anni fa usciva nei cinema l’immenso capolavoro di Martin Scorsese, interpretato da un monumentale Robert De Niro
Il legame del cinema con la Guerra del Vietnam non è ovviamente nuovo e né tantomeno il film di Scorse, di cinquanta lunghi anni fa, non era solo un chiaro e sporadico esempio. Al contrario, come abbiamo visto da quell’anno in poi, le opere cinematografiche che metteranno il dito nella piaga saranno molte di più di quelle che si poteva inizialmente pensare.
Ma ‘Taxi Driver’ ha un elemento in più, un elemento che lo contraddistingue dalle altre pellicole; forse per certi versi anticiperebbe, dal punto di vista cinematografico, anche ‘Rambo ‘ di Sylvester Stallone, senza dimenticare che quest’ultimo è stato tratto da un romanzo, ovvero l’essere un giustiziere.
In fondo, questo progetto cinematografico trovò terreno fertile oltre che per lo sviluppo ma soprattutto per le fonti di ispirazione non solo nella realtà. Basti pensare all’attentato contro il Governatore dell’Alabama che costò, allo stesso, la capacità di camminare; non solo nelle correnti letterarie, ma anche e soprattutto la triste realtà newyorkese di quei tempi. La New York di cinquanta anni fa.
Paul Schrader, sia nel suo soggetto e sia nella sua sceneggiatura, riuscì a compiere un’operazione davvero particolare, ossia di miscelare tutti gli elementi indicati nella prima parte di ieri. Le due vicende reali, la situazione dei reduci e il pazzo con istinti omicida e, senza mai dimenticare, la realtà storica seguita dalla realtà della Grande Mela.
Ne vien fuori uno spaccato di vita nudo e crudo, in cui nessuno sa chi siano i buoni o quantomeno dove sia il bene o dove si trovi il male. Nella sostanza il male, durante lo sviluppo del film, sembra far capolino nell’evoluzione mentale e contorta dello stesso protagonista il quale, scena dopo scena, tenta di raggiungere due obiettivi, originati da un unico movente.
in questa direzione lo stesso Schrader mantiene fede sui fatti che coinvolgono Arthur Bremer. Travis Bickle, infatti, nel girare per le strade della metropoli passa sempre davanti ad un ufficio, il quartiere generale del candidato alle prossime presidenziali, dove lavora o comunque opera, secondo lui, una delle donne più affascinanti che abbia ma visto in vita di nome Betsy, interpretata dall’allora affascinante attrice Cybill Sheperd, futura partner professionale di Bruce Willis, negli anni ’80, nello show televisivo ‘Moonlighting’.
Travis, nonostante qualche insistenza di troppo, riesce ad ottenere un appuntamento con la donna senza che però la serata abbia un seguito. Nel senso che commette l’errore di portarla al cinema ad assistere ad un film porno. Venendo scaricato dalla stessa, Travis cerca in tutti i modi di riavvicinarla senza alcun esito positivo e i suoi tormenti, le sue turbe, giorno dopo giorno, peggiorano fino quasi a sfiorare il punto di non ritorno, proprio quando decide di assassinare il candidato alla presidenza, quasi come a sfregio alla stessa donna che aveva cercato di frequentare. Durante i suoi deliri, allo stesso, tempo, compresa la leggendaria scena condivisa ieri nella prima parte del reportage, vien fuori, pian piano, il suo reale obiettivo sul quale ritorneremo più avanti.
Facendo un nuovo salto negli antefatti che precedono la realizzazione della sceneggiatura e la produzione del film, compresa la sua stessa realizzazione e l’approdo al cinema, sulle singole fonti di ispirazione, prima, non vi abbiamo detto tutto. Mancano ancora alcuni dettagli davvero interessanti, come per esempio, quelli musicali che non riguardano, al momento, la leggendaria colonna sonora di Bernard Hermann e neanche un singolo in particolare che proprio in quel periodo sarebbe uscito nelle radio e avrebbe aiutato ad accompagnare meglio le atmosfere dello stesso.
Sono tutti elementi sul quale ci ritorneremo più avanti e che, nell’andare troppo avanti, ci stavamo dimenticando di un’intervista in particolare, pubblicata diversi anni fa e, allo stesso, diversi anni dopo l’uscita del film sul grande schermo su una rivista musicale, The Believer, in cui si afferma che lo Scorsese avrebbe raccontato a giornalista e critico musicale Grail Marcus, tutta la parte di ‘Taxi Driver’ sul disco Astral Weeks di Van Morrison.
Che sia una mera leggenda oppure verità, sta di fatto che un altro dettaglio sul quale non abbiamo dato nell’immediato risalto è che anche lo stesso Paul Schrader anni più tardi rivelò che tra le tante fonti di ispirazione c’era, addirittura, il capolavoro, di genere western, con John Wayne protagonista dal titolo: Sentieri Selvaggi, uscito il 16 maggio del 1956.
Senza essere troppo pignoli e neanche tanto attenti osservatori tutti questi elementi, sia nella sceneggiatura di Schrader e sia, se vogliamo, anche nella regia dello stesso Scorsese, emergono tutti e non tanto come semplici riproposizioni, ma bensì come omaggi a determinati schemi che hanno saputo essere meri punto di riferimento o archetipi di un certo cinema di cui non si deve mai e poi mai perdere la memoria.
D’altronde, se si lancia una rapida occhiata a qualsiasi sito internet interamente dedicato al cinema si può ben notare che, tra i generi indicati, vengono indicati, inequivocabilmente, il drammatico e il noir. Eppure, per qualcuno, Taxi Driver, potrebbe esser addirittura annoverato tra i cosiddetti ‘western metropolitani’.
Tale considerazione, però, è più legata alla concezione di oggi e non tanto del periodo in cui il film è stato realizzato. Quindi, è bene prendere con le molle il possibile l’ingresso di Taxi Driver in un’altra e poco precisa categoria rispetto a quelle canoniche già esistenti e ormai ben consolidate.
Forse, con il nuovo modo di annoverare i film del passato, si potrebbe anche tentare, coraggiosamente, di cristallizzarlo in una tipologia a parte. Perché, nei fatti ‘Taxi Driver’ è, sì, un racconto nudo e crudo di una certa realtà; ma è anche un’istantanea precisa in cui non tutto e bianco o nero, semmai sussistono delle sfumature di grigio in cui lo stesso protagonista si muove mediante la sua stessa alienazione dalla società. Una società che non lo accetta o lo lascia a sé stesso e, peggio ancora, una società che non vede come lo stesso vive ai margini della medesima…