L’8 febbraio di 50 anni fa usciva nei cinema l’immenso capolavoro di Martin Scorsese, interpretato da un monumentale Robert De Niro

Benvenuti a New York, la città delle luci; benvenuti nella città di Broadway, di Central Park; benvenuti nella metropoli dove sorgevano le Torri Gemelle, benvenuti nella capitale del mondo. Per visitarla un solo giorno non basta. Neanche una settimana, forse neanche un mese, almeno per conoscerla come si deve. Forse a quel punto bisognerebbe anche viverci, ma nemmeno in quell’occasione basterebbe per scoprirla nei suoi angoli più nascosti.

Comunque, è vero, stiamo divagando e non va bene. Dunque, siete appena atterrati o comunque il vostro albergo è vicino all’aeroporto e, come normale che sia, vi serve un taxi. Altro elemento distintivo della città che non dorme mai. Durante l’attesa, magari, siete anche fortunati e trovate quello classico, quello con la vettura anni ’50 e trovate come conducente del mezzo di trasporto un tipo mingherlino, secco, capelli corti e con un neo sulla guancia sinistra.

Un tipo un po’ strano, insomma, che pronuncia anche discorsi strani e che non solo nasconde un passato oscuro, misterioso e del quale, forse, stesso lui, non vuole neanche parlare; semmai lo fa trasparire senza volerlo mediante le sue parole e i suoi pensieri. Un tipo solitario che copre tutti e cinque i distretti della città di New York e, se nel caso, lo sentite parlare non fate come lui:

Si, cari lettori, diciamo a voi e a questo punto avete compreso di quale personaggio stiamo facendo riferimento e soprattutto di quale film stiamo facendo riferimento: Taxi Driver. Ma anche in questa occasione e come sempre andiamo con ordine, anticipandovi che quest’altra storia di cinema si trova al confine o comunque in un limbo tutto suo tra la mera finzione e la triste realtà.

Dunque, il nome di questo autista di taxi? Travis Bickle, un reduce del Viet-Nam che diventa giustiziere ad un certo punto della sua esistenza, dopo che, in un primo momento, aveva progettato di assassinare uno dei candidati alle presidenziali di quello stesso anno.

Eppure, lo stesso tassista non è mai esistito nella realtà che ci ha circondato fino a qualche decennio fa, almeno in parte. Semmai, Travis Bickle, proprio nell’aver progettato, inizialmente, l’attentato nei confronti del vero candidato George Wallace, il Governatore dell’Alabama, è si esistito ma nella realtà si tratta di Arthur Herman Bremer, meglio conosciuto come Arthur Bremer. Il vero attentato avvenne, nello Stato del Maryland, il 15 maggio del 1972. Nella finzione, invece, il bersaglio di Bickle, ad un certo punto, era il politico Charles Palantine, che nel film ha il volto dell’attore Leonard Harris.

Fra i due, persona reale e personaggio immaginario, sussiste una differenza abissale nonostante senza l’uno non potrebbe esistere l’altro. A parte di essere accumunati da evidenti disturbi mentali, la vera eterogeneità che emerge è quella che solo uno è stato un reduce del maledetto conflitto in Viet-Nam, ovvero Travis. In fondo, questo particolare lo abbiamo già indicato in precedenza, quindi, per esclusione, Bremer, che ancora oggi vive con il braccialetto elettronico dopo ben 35 anni di detenzione, non è mai stato arruolabile per il servizio militare e quindi non venne mai spedito al fronte asiatico. E allora perché l’elemento della maledetta guerra in Asia?

Come tutti ben sanno ‘Taxi Driver’ è un film diretto da Martin Scorsese, il cui soggetto e la sceneggiatura venne vennero sviluppati da Paul Schrader, dopo che quest’ultimo trovò ispirazione nell’esistenzialismo europeo, grazie ad opere come ‘La nausea’ di Jean Paul Sartre e persino da Albert Camus per il romanzo ‘Lo straniero’, oltre che dalla vicenda dello stesso Bremer.

L’elemento della ferita del Viet-Nam, invece, risale proprio al periodo in cui è stato girato, dal giugno al settembre del 1975, e l’approdo sul grande schermo: 8 febbraio del 1976, dunque giusto cinquanta lunghi anni fa. Mentre da noi uscì solo qualche mese più tardi: il 27 agosto del 1976.

Dunque, il tema portante del film è, nella sua essenza, è il ritorno in patria dei reduci di quella guerra e le loro condizioni nel tentativo di riprendere una vita civile dopo il 30 aprile del 1975; giorno, ufficiale della fine della guerra combattuta per ben lunghi dieci anni.

Quindi in Paul Schrader l’attualità irrompe senza condizioni nell’idea che aveva in testa e quando il set viene aperto e le riprese vengono inaugurate, da quello storico annuncio erano passati neanche due mesi. Dietro la macchina da presa c’era, all’epoca, il giovanissimo Martin Scorse il quale, fino a quel momento, si era fatto notare con opere come ‘Chi sta bussando alla mia porta’, del 1967; America 1929 – Sterminateli senza pietà, di cinque anni più tardi; Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno del 1973 e, infine, nel 1974 approda sul grande schermo con: Alice non abita più qui.

Quattro opere che non lo lanciarono, in maniera definitiva nell’olimpo dei grandi o quantomeno di attirare, seppur in maniera sia positiva che in maniera più stabile, le varie attenzioni della stessa critica. Sempre attenta e severa, allo stesso tempo, con i giovani talenti o emergenti.

Eppure, nonostante tutto, se il regista italoamericano, nato proprio nella Grande Mela il 17 novembre del 1942, in quella lunga estate del 1975, cercava di lanciare sé stesso per essere annoverato tra i grandi nomi del cinema americano, non si accorse, in un primo momento, che quel film avrebbe attirato l’attenzione non solo su di sé, ma allo stesso tempo avrebbe consacrato anche qualcun altro in particolare.

Il punto, però, che quel giovane interprete, sempre per l’epoca, si era fatto notare già da qualche anno in diversi titoli e, allo stesso tempo, era stato persino diretto dallo stesso Martin proprio nel 1974 in ‘Mean Street’. Sempre nello stesso quel trentaduenne, nato anche lui a New York il 17 agosto del 1943, un anno dopo a Martin Scorsese, gli venne affidato un ruolo non facile per un sequel di un leggendario film uscito solamente due anni prima, nel 1972.

Il ruolo che doveva ricoprire quell’attore era la versione altrettanto giovane non di un personaggio, ma del personaggio interpretato da Marlon Brando. Si, avete capito bene: il personaggio era Don Vito Corleone nel secondo capitolo de ‘Il Padrino’ e la versione prima di essere il Boss della mafia aveva il volto di Robert De Niro…

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