Un viaggio in due parti per comprendere al meglio come si forma il giudizio articstico

Cosa è la critica d’arte, e perché essa è tanto importante fino al punto di poter essere considerata il crogiuolo in cui si forma il giudizio artistico? E, poi, ancora, è sempre esistita ed ha avuto sempre queste stesse caratteristiche che distinguono il suo profilo attuale? Può essere giudicata come un intervento chiarificatore o è uno strumento di convinzione predittiva?

Molte domande, cui può essere utile fornire qualche suggerimento di risposta. Roberto Longhi era solito dire che la formulazione di un giudizio su un’opera d’arte – purché ispirato da un sentire sincero e coinvolto, oggettivamente attagliato alla consistenza materiale di un’opera d’arte – poteva essere considerato un contributo critico di cui aver conto.

Tutti i soggetti umani, allora, sono legittimati ad esprimere giudizi e tutti i giudizi hanno lo stesso peso? Tutti gli uomini possono esprimere giudizi evidentemente, e tutti i giudizi sono legittimi giudizi di gusto, giudizi estetici, se si vuole, ma il giudizio critico deve potersi nutrire di argomentazioni calzanti ed opportune che meritano la dovuta attenzione e presuppongono una adeguata preparazione di studi, dal momento che tali fattori costituiscono la chiave opportuna per un inquadramento storico e per un suggerimento di profilatura ermeneutica.

Cominciamo a partire dalle origini della critica d’arte moderna, tralasciando quanto può costituire il patrimonio storico che si srotola dall’età antica fino al secolo del Barocco. Diremo, allora, che la critica d’arte, così come la riconosciamo noi oggi, nasce nel ‘700 illuministico.

M. Van Loo, Ritratto di Diderot, 1767

Essa nasce e si afferma ad opera di Diderot, e nasce come tentativo di contrapporre una pittura seria, sobria e composta alla logica di una pittura raffinata e sensuale, ma sostanzialmente voce della aristocrazia nobiliare e parassitaria, una pittura, insomma, quest’ultima, che può essere esemplata in quella praticata, ad esempio, da Boucher.

Successivamente, l’arte avrebbe presentato un grande rilievo, anche di carattere filosofico, nella concezione idealistica, ove grandeggia nella prospettiva schellinghiana, assumendo, però, un ruolo di auroralità dello spirito all’interno della teoria hegeliana, ruolo che le permarrà fino a Croce.

Intanto, nell’800 si faceva largo la borghesia che andava a sostituire la vecchia classe aristocratica nobiliare.

Si forma, così, una nuova aristocrazia di carattere borghese fatta di imprenditori, di commercianti, di politicanti, tutta gente, insomma, di spirito pratico ma di bassissimo livello culturale e di totale assenza di buon gusto, molto diversa, evidentemente dai colti borghesi che avevano animato la stagione dell’Illuminismo.

La borghesia dell’800, infatti, è formata, in larga parte, da gente che ha ben chiaro di aver bisogno di manifestare il proprio potere, anche in modo sovraesposto e scomposto, e ritiene che l’arte, a tal fine, possa essere un ottimo strumento, solo a condizione, però, di poterla usare a proprio piacimento, senza ‘affaticamenti’ culturali o complicazioni intellettuali.

In questo modello sociale di parvenus conta lo spirito pratico e l’arte deve essere facile da capire, riconoscibile, possibilmente sgargiante.

Quella degli Impressionisti può andare bene, non perché sia un’arte di basso profilo, tutt’altro, ma perché si presta ad essere facilmente fraintesa dal borghese arricchito, il quale ha bisogno di una sola cosa: che il critico gliene certifichi il ‘valore’, garantendogli il successo sociale che il borghese, appunto, si aspetta di ottenere.

La Grande Jatte di Seurat, anche se, a rigore, non è un’opera prettamente impressionistica, offre, comunque, una rappresentazione esemplare di questa nuova profilatura della classe borghese.

G. Seurat, La Grande Jatte

E qui giunge soccorrevole l’aiuto del critico d’arte che spiega al borghese cosa è bello e cosa è brutto, gli assicura che l’opera d’arte, che ‘gli piace’, ha un suo valore artistico e, in aggiunta, cosa che non guasta alle orecchie del borghese, il critico spiega che con l’arte si può anche far soldi, giacché in una stessa opera possono sommarsi il valore artistico e quello economico.

Il gallerista avrebbe fatto il resto e, non a caso, Durand Ruel sarà il mercante ideale degli Impressionisti, mentre il critico che ne conferma il prestigio sarà Théodore Duret col suo saggio del 1878 dal titolo di Les Peintres Impressionnistes.

Avviene così che prende sviluppo il commercio delle opere d’arte – sia di antiquariato che contemporanee – e si amplia il panorama delle case d’asta, delle quali, occorre ricordare, la prima ad occuparsi spiccatamente di opere d’arte, era stata Christie’s già nel 1766.

La critica d’arte, insomma, dall’800 in poi, assume un ruolo di promozione e di indirizzo del mercato e del gusto artistico, specializzando i settori di intervento ed assumendo un potere di orientamento nella determinazione del successo di gruppi artistici o di singole personalità.

(Mercoledì prossimo la seconda parte)

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