Un carriera tra televisione, cinema e teatro
C’è una parola che ricorre spesso quando si parla con Beniamino Marcone: presenza. Presenza scenica, certo, ma anche presenza culturale, civile, umana. Attore italiano dalla carriera solida e articolata, Marcone è uno di quegli interpreti che hanno costruito il proprio percorso lontano dai clamori, attraversando teatro, cinema e televisione con coerenza, rigore e un’attenzione costante al senso profondo del fare arte. Il grande pubblico televisivo lo conosce soprattutto grazie a Il giovane Montalbano, la serie Rai diretta da Gianluca Maria Tavarelli, in cui interpreta l’ispettore Giuseppe Fazio.
Da lì, la carriera prende slancio, passando anche per il successo popolare de I Cesaroni, dove interpreta Diego Bucci, e per numerose fiction e film TV fino ai lavori più recenti. Ma accanto all’attività d’attore, Marcone porta avanti da anni un intenso lavoro di formazione con giovani e giovanissimi, attraverso laboratori di recitazione e percorsi cinematografici che mettono al centro la persona prima ancora dell’interprete. Un impegno che trova una naturale continuità nella sua partecipazione a eventi culturali e civili, come “Viva viva Palestina”, andato in scena al Teatro Modena di Genova: una serata che ha unito musica, teatro e danza, trasformando il palcoscenico in uno spazio di condivisione e responsabilità collettiva.
«È proprio la presenza», spiega Marcone. «Ogni cosa legata all’arte, quando la si riesce a fare – perché oggi è sempre più difficile, per i tempi sempre più veloci e per le economie strette – è una realizzazione di sé in funzione di qualcos’altro». Per l’attore, ogni opera artistica è innanzitutto un atto di comunicazione: «Se uno ha qualcosa da comunicare, lì avviene questa magia, che è espressione di sé verso un pubblico. Essere presenti con il mio lavoro è un atto di presenza, una dichiarazione di voler partecipare a un costrutto culturale italiano, come in questo caso la serata a Genova».
L’evento genovese si inserisce pienamente in questa visione. «È un evento che mette insieme musica, teatro, danza. La nostra funzione di artisti, in questo caso – dice – è essere al servizio dell’arte e dello scopo per cui siamo qui». In un contesto del genere, l’ambizione personale passa in secondo piano: «La voglia di emergere viene completamente dopo. Qui c’è una questione culturale». Se il teatro è il luogo della comunità, il set cinematografico è lo spazio in cui Marcone sente di riconoscersi maggiormente. «Il luogo che mi rappresenta di più è il set, perché combina moltissimo l’aspetto emotivo con quello tecnico, che è anche ciò che insegno nei miei percorsi cinematografici».
Il cinema, spiega, mette continuamente alla prova: «Non solo dal punto di vista recitativo, ma anche nella capacità di collaborare con tutte le maestranze». È un gioco e insieme una sfida personale: «C’è espressione artistica ed emotiva, ma anche una sfida con se stessi, perché gli aspetti tecnici sono molto precisi, richiedono cura, studio». A differenza del teatro, dove talvolta c’è più spazio per l’improvvisazione, sul set ogni dettaglio conta: «Nel cinema ci sono l’operatore, i punti macchina. È un luogo che mi fa sentire presente in ogni istante». E poi c’è il momento irripetibile: «Un ciak può contenere una perla che riesce solo in quell’istante».
Marcone non nasconde il proprio lato più critico: «Nel mio caso c’è forse un po’ di perfezionismo. Spesso non riesco a buttarmi in un progetto nuovo se non ne sono del tutto convinto». Un atteggiamento che, ammette, lo ha portato anche a rinunciare ad alcune idee, osservando chi riesce ad affrontare le cose con maggiore leggerezza. «Io mi giudico molto», racconta, «e dovrei imparare a contenere questa cosa». È un tema che ritorna spesso anche nel lavoro con gli altri: «C’è molta frustrazione rispetto ai propri limiti, molta fatica ad accettare aspetti del carattere che frenano».
Da qui parte il lavoro dell’attore: «Se non ci si accetta per come si è, se non si fa pace con se stessi, è difficile lasciarsi andare in scena». L’aspetto che più lo affascina di eventi come Viva viva Palestina è il loro carattere giocoso e collettivo: «È come una grande compagnia teatrale allargata, di cui spesso non ci si conosce, ma siamo tutti sulla stessa barca». Ognuno porta il proprio contributo, il proprio “pezzo di gioco”. Per Marcone, il teatro – soprattutto quello sociale e politico – deve permettere questo: «Dare alle persone la possibilità di fare ognuno il proprio passo dentro lo spettacolo dell’arte».
E allo stesso modo, anche il cinema trova la sua forza nei dettagli: «A volte sul set basta un piccolo elemento aggiunto per fare la differenza». Un cambio di ritmo, una scelta improvvisa possono trasformare una scena. «Per me questa è la magia del cinema». Tra le esperienze più significative del suo percorso, Il giovane Montalbano resta centrale. «È stata la grande serie che mi ha permesso di affrontare un ruolo lontanissimo da me», racconta. Il dialetto, il peso di un’opera letteraria importante, la struttura rigorosa del racconto: «È stata una grande palestra».
Proprio lì Marcone ha compreso di poter andare oltre i propri confini: «Ho capito che potevo affrontare anche ruoli molto distanti da me». Da quel momento, la sua carriera ha preso una direzione più consapevole, attraversata da esperienze diverse e da un crescente senso di sicurezza. Oggi Beniamino Marcone continua a lavorare tra cinema, televisione, teatro e formazione. Essere attori non significa solo interpretare, ma scegliere ogni volta come e perché essere presenti.