Dopo oltre un anno di pausa riprende la rubrica Arti Figurative
Gli anni dei decenni a cavallo della seconda guerra mondiale, quelli, cioè, tra metà decennio dei ’20 e metà dei ’50, sono anni cruciali per gli sviluppi della ricerca artistica: si dissolvono le tracce degli entusiasmi ‘avanguardistici’ dei primi del secolo e si afferma una cultura del ‘ritorno all’ordine’, che, con vari accenti e secondo varie profilature ‘nazionali’ viene a caratterizzare un approccio alla creatività artistica sostanzialmente imperniato sul ritorno alla figurazione.

Study for totem landscape, 1937
Questo, ovviamente, nelle grandi linee, giacché, di fatto, avviene che la figurazione stessa, spesso, si sfaldi in delibazioni creative che si rivelano variamente deformate rispetto della consistenza del dato referenziale di cui, però, conservano sempre viva una traccia di riconoscibilità; ed avviene anche, in aggiunta, che alla figurazione – comunque intesa – si oppone una cultura schiettamente aniconica che, o in termini astrattisti o in termini di proposizione libera ed eslege, va a produrre immagini completamente slegate da qualsiasi riferimento alla realtà fenomenica.
Erede della tradizione ‘dadaista’ si profila all’orizzonte, preconizzato dalla personalità di Apollinaire, l’avvento tutt’altro che effimero e transitorio del movimento ‘surrealista’, promosso da André Breton, che raccoglie non solo l’eredità avanguardistica, ma anche il significato più proprio di una cultura artistica di marca ‘surreale’, che già esisteva dall’età medievale e che aveva trovato, poi, in Bosch il suo forse massimo esponente.
Si potrà discutere, inoltre, delle sensibilità anche di ordine ‘simbolistico’ che refluiscono nella pratica ‘surrealista’ e si potrà considerare anche il rilievo di una certa tradizione ‘visionaria’ che da Blake in avanti avrebbe ispirato almeno parte della cultura ottocentesca.

Combat des princes saturniens, 1939
Ciò che compie Breton è il ‘miracolo’ di rendere ciò che poteva essere, in fondo, il prodotto di istanze soggettive e personali, magari disponibili all’ascolto dell’’inconscio’, una linea di pensiero, configurabile come istanza intellettuale capace di aggregare varie personalità in un progetto complessivo di rivisitazione del mondo, seguendo un impulso nativo di profonda intensità psicologica, capace di trasformare in materia d’arte ciò che era il dettato onirico di una prospettiva sostanzialmente visionaria ed apparentemente slegata dalla realtà oggettiva.
In tale contesto, sono numerosissime le personalità di artisti che aderiscono alla concezione bretoniana e, tra queste, scegliamo di ragionare, in questo nostro contributo, sulla personalità di Wolfgang Paalen, che nasce a Vienna nel 1905.
Nella Vienna dei primi del ‘900, si respira ancora un clima di significativo rilievo ‘simbolistico’ e ciò avrebbe facilitato il ‘salto’ nelle dinamiche di ordine surrealista che avrebbero visto Wolfgang Paalen divenire un intelligente protagonista di scelte creative molto coraggiose.
In particolare, Paalen si prefigge di andare al di là della mera consistenza di un privilegiamento delle sensibilità oniriche e, in conformità del dettato surrealista, non tarda a scoprire come possa essere possibile attuare una scelta di deciso impatto visivo, andando ad utilizzare – secondo il dettato del precetto bretoniano dell’’automatismo’ – un intervento propositivo fondato sulla capacità di produrre delle immagini sottratte alla possibilità di controllo del loro dispiegamento.

Fumage, 1937
Sono degli anni ’30 e il Nostro dà corpo alle sue prime realizzazioni di fumage, una pittura in cui si incrocia il dato pittorico del pigmento steso sulla tela con quello di una fuliggine di fumo che vi si sovrappone fissandosi stabilmente secondo andamenti apparentemente ondulari, frutto di una casualità dispositiva assolutamente incontrollabile da parte dell’artista.
Sulla scorta di tale procedimento affatto atipico e certamente originale, l’artista dà vita ad una produzione creativa in cui le sensibilità surrealiste vanno a stemperarsi in una profilatura d’abbrivio materico che lasceranno sporgere la figura di Paalen verso declinazioni creative di ordine espressionista-astratto.
Ed, in effetti, la personalità di questo artista può essere considerata come una figura di ‘ponte’ tra le istanze surreali e quelle di ordine informale, avendo conto che proprio la pratica del fumage, in fondo, dovrebbe accreditare piuttosto una leggibilità ‘nuclearista’ che non asciuttamente ‘informale’.
Ciò che emerge da tali considerazioni valutative, ci consegna l’immagine di un artista profondamente consapevole dei suoi mezzi ed attentamente avvertito delle emergenze creative che andavano delineandosi tra Europa ed America nel torno di tempo principalmente degli anni ’40, spingendolo ad assumere un indirizzo d’intervento molto personale e distinto, in cui le istanze primarie, di ordine schiettamente ‘surrealista’, prossime anche alle cose, ad esempio, di Tanguy, si sfaldano in corposità materiche ormai intime delle declinazioni proprie dell’Espressionismo astratto.

Space unbound, 1941

Enclume, 1952
Intanto, negli anni ’40 egli rompe con Breton, che pure ne ha ammirato lo sviluppo creativo, e si volge a produrre una ricerca fortemente basata sulle componenti psicologiche e sulle prospettive cui apre l’inconscio, avendo come referenza teorica del proprio impegno creativo la rivista ‘Dyn’ che egli crea e che viene pubblicata in sei numeri, dal 1942 al 1944, potendo essere considerata lo snodo teoretico e critico tra Surrealismo ed Espressionismo Astratto.
Qui dovremmo introdurre anche personalità come quella di Motherwell e di Rothko, che costituiscono il punto di approdo delle logiche di Paalen, con lo sviluppo di una pratica creativa ormai decisamente orientata secondo l’indirizzo che sarà poi quello della ‘Scuola di New York’.