Un’intervista in ci emerge il ritratto di un artista che ha vissuto la musica come esperienza totale

C’è un filo rosso che attraversa tutta la carriera di Michele, nome d’arte di Gianfranco Michele Maisano: la curiosità. Una curiosità musicale e umana che lo ha portato ad attraversare epoche, generi e palcoscenici diversi, senza mai perdere il gusto del racconto e dell’emozione dal vivo. Oggi, ripercorrendo la sua storia, emerge il ritratto di un artista che ha vissuto la musica come esperienza totale, con un solo piccolo rimpianto: non aver mai interpretato una grande commedia musicale.

«Avrei voluto fare il protagonista di una commedia musicale. Ho sempre amato questo genere, ma non mi è mai capitato», racconta con serenità, più che con nostalgia. «Ho fondato il Magical Music Circus, con cui sono andato anche a Sanremo, nell’anno in cui Rino Gaetano cantava Gianna. È stata un’esperienza durata sette-otto anni, molto divertente. Però la commedia musicale, quella tipo Jesus Christ Superstar o Cats, non l’ho mai fatta. Avrei voluto farla».

E in effetti la sua carriera racconta di una versatilità rara. Michele ha attraversato la musica italiana con leggerezza e intelligenza, passando dalle canzoni estive a quelle da ballo “riempipista”, dai brani romantici al dialetto genovese, fino alle esperienze in spagnolo e in tedesco. «Più di così cosa potevo fare?» dice sorridendo.

Al centro di tutto resta Genova, città complessa e affascinante, che Michele ha vissuto in uno dei suoi periodi culturalmente più stimolanti. «Il mio produttore, Gianfranco Reverberi, grandissimo autore, diceva sempre che se riesci a fare uno spettacolo a Genova e la gente applaude, puoi andare in tutto il mondo. Genova è una città difficile da smuovere, ma quando la smuovi ti ama. Devi fare una lunghissima corte. È così».

La sua formazione musicale nasce proprio lì, in un intreccio di stimoli unici. Da bambino, in campagna, frequenta una famiglia di contadini: «La sera, dopo mangiato, si radunavano e cantavano il Trallalero, un canto corale a cappella molto complesso, che si tramanda di padre in figlio. Questa è stata la mia prima esperienza musicale: imparavo a cantare in dialetto genovese».

Poi, a dodici o tredici anni, l’esplosione del rock and roll cambia tutto. «All’inizio mi interessava soprattutto come ballerino, facevo acrobatico. Poi mi sono innamorato anche del canto: ho smesso di ballare e ho fatto solo il cantante». Nei locali di Genova e in via Pré, tra marinai americani e dischi, nasce la sua passione per quella musica che diventerà il trampolino per tutto il resto.

L’incontro con i fratelli Reverberi segna la svolta decisiva. «Frequentavano casa loro tutti i cantautori genovesi. Lì incontravo Umberto Bindi, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Fabrizio De André. Ero il più piccolo, ma tutti mi aiutavano». Michele cresce così in un vero e proprio magma culturale, passando dal Trallalero al rock and roll, fino al cantautorato.

Sono anni di fermento continuo, in cui tutto cambia rapidamente. «Il beat era talmente veloce che rischiavi di essere vecchio l’anno dopo. La musica italiana andava forte anche all’estero. Prendeva spunto da quella americana o francese, ma veniva rielaborata. C’era un’esaltazione incredibile, credo irripetibile».

Come ogni carriera lunga, anche la sua conosce momenti di svolta e di difficoltà. «Quando sei all’apice è più facile. Dopo devi tirare fuori le unghie professionali se vuoi durare». Alla fine degli anni Settanta Michele decide di allontanarsi dalla discografia tradizionale: «Non mi piaceva più, era diventata troppo selettiva. A me piace cantare dal vivo». Nasce così l’esperienza dell’orchestra da ballo-spettacolo, portata in giro per anni con grande successo.

Negli ultimi tempi, Michele ha trovato nuovi stimoli nei duetti e nelle collaborazioni. Con Lorenzo Lupo nasce un incontro generazionale riuscito: «Abbiamo rifatto un brano Se mi vuoi lasciare con un arrangiamento giamaicano, che gli ha dato freschezza. Ci siamo divertiti molto. Nel video si vede la differenza d’età, ma anche che la musica, se trattata bene, non ha età». Un brano inedito insieme uscirà prossimamente.

Diversa, ma altrettanto spontanea, la collaborazione con Nicole Magolie, cantante sudafricana: «Abbiamo inciso un inedito in pochissimo tempo, il tempo di cantarlo. È stato tutto molto naturale».

Il legame con la Liguria resta profondo. «È il dialetto, sono le radici. Fino a diciott’anni vivi in una regione e resti legato per tutta la vita. Poi ho girato il mondo, come i marinai genovesi: invece di navigare ho cantato». Tra le regioni che più gli sono rimaste nel cuore c’è anche l’Emilia-Romagna, terra di molti musicisti che hanno condiviso il palco con lui.

Oggi Michele porta in scena uno spettacolo intimo e teatrale, fatto di musica, immagini e racconti. Sullo schermo scorrono le tappe della sua vita, dalle origini a oggi, accompagnate dalle canzoni che hanno segnato i vari periodi della sua carriera. «In mezzo alle canzoni racconto aneddoti. È la mia vita, vissuta cantando».

Forse non c’è stata la grande commedia musicale, ma c’è una storia autentica, intensa e coerente, che continua a emozionare.

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