Seconda ed ultima parte del primo reportage in cui si affronta l’analisi di una situazione mondiale diventata troppo esplosiva
Come abbiamo specificato nella prima parte di ieri, nel pubblicare questo primo e piccolo speciale ci abbiamo messo qualche giorno in più rispetto alle ordinarie tempistiche di lancio di una qualsiasi notizia. Non tanto perché siamo lenti e non tanto perché FreeTopix è fondato solo ed esclusivamente sull’approfondimento; semmai proprio per questo dettaglio alla base che abbiamo atteso per la costante evoluzione della questione venezuelana.
Dunque, dove eravamo rimasti ieri? A Maduro che, prima del blitz, aveva persino paventato l’ipotesi di farsi da parte per il bene del Venezuela. Eppure, in conseguenza a quanto stava accadendo in quelle ore molto confuse, due stati del continente americano, in modo particolare sia la Colombia che il Brasile, avevano schierato, almeno in parte l’esercito in difesa dei loro stessi confini. Fra i due chi teme di più sarebbe proprio la Colombia. Eppure, in quella che sembra una mossa giusta, una mossa da applaudire, ci sarebbe anche molto da approfondire, soprattutto nel modo in cui è stata attuata.
Molti, questa operazione, non la vedono di buon occhio e anche per diversi ordini di ragione: seppur alla base c’è comunque la destituzione di un presidente illegale e quindi la conseguente caduta del suo rispettivo governo illegale, dettaglio sul quale non ci deve essere nessuna ombra di dubbio, Trump, allo stesso tempo, ha impartito l’ordine senza neanche attendere il consenso, come mera prassi costituzionale, da parte del Congresso. Non solo, sempre in queste ultime ore sarebbe anche emerso il particolare che il Tycoon avrebbe agito senza neanche avvisare i propri ministri.
Una mossa che potrebbe procurargli non poche grane visto che non solo all’interno del partito democratico, ma anche nella sua stessa coalizione non tutti sono completamente concordi in quello che è uno strano interventismo. Infatti, da sempre Trump, fin dal suo primo mandato, che risale a dieci anni fa per quanto riguarda la sua prima elezione, che in questi primi dodici mesi che è nei fatti rappresentano il suo secondo mandato, ha sempre dichiarato che gli Usa non avrebbe mai e poi mai aperto nuovi fronti di guerra, che non si sarebbero mai e poi immischiati negli affari altrui e che, semmai, le guerre le avrebbero addirittura chiuse: come sta comunque cercando di fare, sempre in maniera un po’ discutibile, tra Russia e Ucraina e nella striscia di Gaza.
Eppure, si potrebbe dire che con la mossa del 3 gennaio lo stesso Tycoon si è sconfessato? Per qualcuno sicuramente si, per qualcun altro no. Sta di fatto che il modus, rispetto a tutti i suoi predecessori, è totalmente diverso: attacchi mirati, senza un dispiegamento enorme di soldati; attacchi, a quanto sembra, che hanno, sì, obiettivi ben precisi ma durante le fasi dell’operazione, secondo quanto riportato da alcune fonti, non ci sarebbero feriti o vittime tra i civili.
È vero anche che, in un primo momento, tra il 3 ed il 4 gennaio erano circolate notizie secondo cui riportavano la presenza, purtroppo, di vittime tra i civili ma senza, però, specificarne il numero, in un primo momento, per poi parlare di cinquanta morti sempre tra i civili. A seguire, sempre l’altro, è stato lo stesso Trump a dichiarare che durante l’operazione ci sarebbero stati ben 32 vittime: tutti componenti della scorta di Maduro.
A questo punto, però, come leggere oltre le righe questa mossa; come analizzare questa operazione contradditoria della stessa linea trumpiana, ovvero di non occuparsi o quantomeno di non innescare conflitti o possibili conflitti che vanno oltre la sfera di competenza statunitense?
Sempre qualcuno potrebbe anche sostenere il classico dei motivi, quello del petrolio. D’altronde lo stesso oro nero è stato anche menzionato da Trump durante la conferenza stampa, sempre del 3 gennaio, e senza neanche tanti giri di parole. Non è però solo questo, nel senso che è uno dei tanti motivi, ma non quello principale.
Se la lotta alla droga sembrerebbe, alla base, una scusa o quantomeno un pretesto, seppur comunque un motivo, il vero movente di fondo è essenzialmente un altro e non è di poco conto: Trump lo ha dichiarato senza mezze misure nella conferenza stampa di sabato scorso, tenutasi intorno alle 12 pomeridiane di Washington, alle 17.00 da noi, affermando che non avrebbe accettato o permesso ingerenze di nessun tipo nel continente americano, applicando una vecchia formula che sembrava caduta in disuso da un bel po’ di tempo, sula quale ci ritorneremo nei prossimi speciali.
Non solo, nelle ore successive al primo meeting ufficiale con la stampa, Trump ha lanciato un monito a Cuba, Brasile e addirittura anche il Messico; non contento, a persino continuato a minacciare anche la Groenlandia. Ma anche su questo torneremo nei prossimi speciali.
Ma a proposito di avvertimento, il blitz del 3 gennaio rappresentata, senza alcuna ombra di dubbio, anche un monito diretto alla stessa Russia, impantanata a quanto sempre nel conflitto contro l’Ucraina; un monito anche verso la Cina, che dopo Hong Kong vorrebbe riprendersi anche Taiwan; ed è anche un monito anche nei confronti dello stesso Iran, il quale sta continuamente vessando i manifestanti che protestano contro il regime che schiaccia le libertà fondamentali del paese.
Se per qualcuno, dunque, ci vede qualcosa di positivo nell’azione di ieri, qualcun altro, soprattutto all’interno degli Stati Uniti, come abbiamo già sottolineato in precedenza, non vede nulla di positivo. La stampa americana ha condannato non tanto il fatto che è caduto un dittatore e quindi un governo illegale ma a quale prezzo? A scapito di quelle leggi sia interne e sia sovranazionali che gli stessi americani hanno sempre sbandierato proprio come vessillo di legalità? Ma su questo torneremo nei prossimi giorni, attendendo l’ulteriore evoluzione della vicenda; soprattutto quando lo stesso Trump, sempre in questa settimana dovrà rendere conto proprio al Congresso.
Per il momento rimangono impresse in questi momenti le immagini festanti dei cittadini del Venezuela che almeno in parte è una nota positiva, ma che tanto positiva non è visto il modo in cui è avvenuta la liberazione dello stesso popolo sudamericano.