A cinque anni dalla scomparsa, ricordiamo la parabola di Pablito Rossi
Nel non soffermarci su quel periodo in particolare, su quei due anni terrificanti per Pablito è, nei fatti, un’ulteriore scelta editoriale e non tanto per non parlare di un suo errore o per evitare di condannarlo ingiustamente. No, non è questo il motivo. L’essenza stessa della rinata rubrica ‘Storie Sportive’ è quella di raccontare la parabola di ogni atleta partendo, come mero punto di riferimento, dal momento del suo apice e considerarlo il suo momento di massimo splendore. Di certo, nel caso di Pablito Rossi il Mondiale del 1982 rappresenta la consacrazione di tutto.
Per essere ancor più precisi una partita in particolare, di quel torneo iridato, rappresenta la consacrazione di tutto. Intendiamoci, fino alla maledetta esperienza perugina, Paolo Rossi non aveva raggiunto l’apice del suo percorso professionale sui campi di calcio, non era ancora definitivamente esploso. Ci stava riuscendo al Vicenza, attirando le mire dei grandi club, ci poteva riuscire anche nel Perugia, visto che il club umbro, per quella stagione, si era persino qualificato per le coppe europee. Poi una grave leggerezza interruppe bruscamente la scalata verso il successo, proprio, in quello che sarebbe stato il suo biennio più importante come già ricordato: quello tra i 24 e i 25 anni.
Ritornando a quel torrido pomeriggio dello Stadio Sarria’ di Barcellona, Paolo Rossi, al quinto minuto del primo tempo di quell’Italia – Brasile aveva ventisei anni ed era ben consapevole che, non quel mondiale, ma quella determinata partita, in quel mondiale, era la vera occasione della sua vita. Se si fosse perso si sarebbe andato a casa e lui avrebbe perso per sempre il treno più importante della sua carriera. se si vincesse allora tutto sarebbe cambiato, e così fu. Nessuno si sarebbe aspettato che accadesse quello che poi hanno visto tutti in quel lontano pomeriggio calcistico dell’estate del 1982.
Difatti, tutti pensavano che il cross di Cabrini, dalla fascia sinistra, dopo un’apertura sontuosa dall’altra parte del campo di Bruno Conti, sarebbe stata una normale azione non conclusa a dovere. Nessuno avrebbe mai immaginato che gli assi brasiliani si sarebbero fatti prendere alla sprovvista durante una normale azione difensiva e, quindi, di ripartenza. Come nessuno avrebbe immaginato che dopo la tremenda fucilata di Falcao, Rossi ci avrebbe davvero portato alla semifinale.
Semifinale contro la Polonia e anche in quel pomeriggio Paolo Rossi non si ferma: è completamente inarrestabile. Dopo la tripletta anche una doppietta che non ammette repliche. Come neanche ciò che accadde qualche giorno più tardi nell’indimenticabile finale di Madrid contro la Germania.
Rossi in quell’occasione non firmò il tabellino dei marcatori con nessuna tripletta e doppietta, ma fu lui ad aprire le danze. A chiuderle ci pensarono il gran goal di Marco Tardelli e di ‘Spillo’ Altobelli: per un 3 a 1 che ancora oggi celebriamo in qualsiasi occasione.
“Eravamo campioni del mondo. Feci solo mezzo giro di campo coi compagni: ero distrutto. Mi sedetti su un tabellone a guardare la folla entusiasta e mi emozionai. Ma dentro sentivo un fondo di amarezza. Pensavo: “Fermate il tempo, non può essere già finita, non vivrò più certi momenti”. E capii che la felicità, quella vera, dura solo attimi”.
Queste sono solamente una delle tante dichiarazioni che lo stesso centravanti della Nazionale ha rilasciato anni più tardi, in merito a quella vincente esperienza che lo fece entrare, di diritto, nella storia del calcio dalla porta principale. E successivamente cosa accadde a Pablito? Di sicuro alzò anche altri trofei, si tolse diverse soddisfazioni; eppure, allo stesso tempo, non riuscì ad esser sempre determinante come nel mondiale spagnolo. Giovanni Trapattoni, l’allora allenatore della Juventus lo schierava, sì, come numero 9 ma non permettendogli di giocare sempre rivolto verso la porta.
Nel senso che il Trap fruiva delle doti tecniche di Pablito per il classico gioco di sponda, con gli altri compagni di squadra, che non sempre gli garantiva una certa continuità sotto porta. Una volta che lo stesso Paolo Rossi aveva conquistato il mondo, nella Juventus ebbe inizio tutt’altra storia calcistica.
Non più rappresentata da realizzazioni a raffica ma da trofei vinti compreso, purtroppo, anche quella maledetta Champions League, la vecchia Coppa dei Campioni come la si chiamava un tempo, nella maledetta e tragica sera dell’Heysel contro il Liverpool.
Eppure, se dall’11 luglio del 1982 in poi tutto sembrava filare liscio, soprattutto il rapporto con i bianconeri, inauguratori nel settembre del 1981, un anno prima dei mondiali ed un anno prima che terminava la squalifica, qualcosa, proprio con la dirigenza bianconera si incrinò. Forse era anche stanco di non riuscire ad esprimersi come voleva con il classico gioco di sponda.
Passò al Milan nel 1985, per la stagione che sarebbe culminata nel maggio del 1986, per i mondiali di quell’anno che si svolsero per la seconda volta in Messico. A seguire si trasferì a Verona, l’anno successivo, chiudendo la carriera nel 1987. E dopo? Non subito, ma lo abbiamo iniziato ad apprezzare come opinionista sportivo nelle varie trasmissioni sportive in cui incominciò a collaborare.
Ma nella cultura di massa, nell’immaginario collettivo di tutti, Paolo Rossi, diventò per tutti ‘Pablito’, l’uomo che fece piangere il Brasile. L’uomo che ci fece piangere tutti nel giorno di cinque anni fa, in piena pandemia. Era il 9 dicembre del 2020 e da poche settimane avevamo già perso Diego Armando Maradona.
A distanza, dunque, di un quinquennio dalla sua quasi scomparsa per un male incurabile e a quasi un anno da quelli che sarebbero stati i suoi 70 anni cos’altro dire? Cos’altro raccontarvi di lui? in fondo, ogni atleta che si rispetti, che sia calciatore o pugile, nuotatore o tennista, ha avuto, nel suo percorso professionale, un momento di gloria dal quale si può sempre ripartire nel raccontarvi la sua storia.
Il suo è quell’Italia – Brasile del 5 luglio del 1982. Ma sappiamo che non basta, sappiamo che in tre parti non siamo riusciti anche a parlarvi dell’uomo Paolo Rossi, della sua eleganza, della sua serietà e professionalità che di sicuro non mancherà occasione per metterla in luce in una prossima occasione.