A cinque anni dalla scomparsa, ricordiamo la parabola di Pablito Rossi
Lo ammettiamo, in questa seconda storia sportiva avremmo dovuto iniziare dal momento in cui, in quel 9 dicembre del 2020, venne annunciata la scomparsa di colui che per noi, e non può essere altrimenti, è un eroe nazionale. L’uomo che in quel 5 luglio del 1982 fece letteralmente piangere gli avversari brasiliani, Paolo Rossi. Eppure, in maniera intenzionale abbiamo ovviato a questa triste scelta per concentrarsi, senza perderci in troppe premesse e paroloni, nei primi anni della sua carriera.
Anni non proprio positivi, tra infortuni e il non riuscire, ancora, ad essere, in tutto e per tutto, se non l’attaccante più forte al mondo, ma almeno quello determinante e con il tempo lo divenne. Anzi, per esser ancor più precisi la sua trasformazione avvenne, grazie, ad un trasferimento del quale, molto probabilmente, il club di destinazione non era convinto in un primo tempo.
Era il Vicenza. Si, avete letto bene, la squadra che inconsapevolmente lo lanciò quasi in maniera definitiva nell’olimpo dei grandi. Cosa accadde? Il cartellino di Paolo Rossi era sempre nelle mani della Juventus, ma non avendo ancora sfondato in quel ramo del lago di Como, i dirigenti bianconeri optarono per un’altra squadra provinciale; quella veneta, appunto.
La mossa che permise di sbloccare la trattativa fu che il Vicenza non doveva acquistare, per intero, il cartellino del giocatore per pagarlo solo la metà, diventando comproprietaria con i bianconeri. Ulteriore fattore determinante fu anche l’allenatore dei vicentini Giovan Battista Fabbri, il quale ebbe quell’intuizione che a molti non colsero quando schieravano in campo Paolo Rossi.
Difatti, fino alla stagione con il Como, il futuro eroe del mondiale di Spagna ’82, aveva sempre ricoperto il ruolo di ala destra, quindi di supporto al centravanti. Un numero 7, per intenderci e nel ricordare la vecchia numerologia che vigeva una volta nel calcio.
Qual era, dunque, questa intuizione? Quello di spostarlo dalla fascia laterale al centro e sempre da posizione offensiva. Fu in quel momento che il destino del ragazzo nato nel 1956, di Prato, cambiò per sempre: da numero 7 divenne il numero 9 che tutti volevano vedere. In merito a ciò lo stesso Rossi, in una delle tante interviste rilasciate disse:
“Forse sono stato il primo centrattacco rapido e svelto, che aveva nelle intuizioni la sua dote principale, unita a una tecnica sopraffina. Uno dei segreti del mio successo è stato quello di giocare intelligentemente, pensando sempre cosa fare un secondo prima che mi arrivasse il pallone, proprio per supplire alla mancanza di qualità fisiche eccelse. Giocare sull’anticipo era una mia grande prerogativa, cercavo sempre di rubare il tempo al mio avversario, sfruttando le mie doti di opportunista: in area di rigore cercavo sempre di sfruttare ogni piccolo errore dei difensori, facendomi trovare nel posto giusto al momento giusto”.
Con il Vicenza, nella stagione 1976/77 Pablito iniziò a mostrare il meglio di sé: velocità e una naturale abilità negli spazi stretti proprio nell’aria di rigore in cui riuscì a sfruttare, al meglio, le sue doti di tempismo e di opportunismo. Ma a supportarlo in quella sua nuova avventura fu anche lo stesso patron del club, Giuseppe Farina, il quale lo ritroverà qualche anno più tardi alla presidenza del Milan; prima dell’avvento di Silvio Berlusconi.
Lo score personale in quelle tre stagioni fu abbastanza evidente nel nuovo ruolo: ben 66 realizzazioni personali in un totale di ben 108 presenza. Dunque, il triennio composto dalle stagioni 1976/77, 1977/78 e 1978/79 non solo furono le migliori, ma attirò le attenzioni anche della Nazionale italiana di calcio, all’epoca allenata dal compianto Enzo Bearzot, scomparso il 21 dicembre del 2010.
Durante i tanto discussi mondiali argentini, che saranno vinti proprio dai padroni di casa, trascinati dal bomber Mario Kempes, Paolo Rossi portò la nostra rappresentativa nazionale ad una posizione onorevole: al quarto posto, grazie anche e soprattutto ai suoi tre gol. Il primo realizzato all’esordio di quella stessa manifestazione contro la Francia, il secondo nel match successivo contro l’Ungheria, per poi chiudere nella seconda sfida del secondo turno contro l’Austria.
Eppure, prima dell’estate del mondiale argentino o quantomeno nei giorni e nelle settimane successiva, lo stesso Paolo Rossi fu al centro di una clamorosa trattativa proprio tra la Juventus e il Vicenza, in merito alla questione della comproprietà. Infatti il contratto scadenza al tramonto della stagione che avrebbe portato ai mondiali sudamericani.
Alla fine la spuntò il club vicentino, ma nonostante quello che abbiamo detto poc’anzi, il terzo campionato di Rossi con la maglia bianca e rossa si rivelò alquanto disastrosa. Lui alle prese con gli infortuni e il Vicenza che retrocesse nella serie cadetta.
La stagione successiva, quella che avrebbe poi inaugurato l’epoca d’oro degli anni ’80, Paolo Rossi rimase sempre nella massima serie ma questa volta dal Veneto si trasferì in Umbria. Tra le colline e montagne di quella regione c’era un’altra squadra, un altro club, mero rappresentante del calcio provinciale che si stava ritagliando uno spazio tutto particolare tra gli squadroni della massima serie: il Perugia; anche se voci di mercato lo volevano addirittura all’ombra del Vesuvio con la maglia del Napoli.
Se da un lato la nuova annata calcistica avrebbe dovuto essere, per lui, la stagione del riscatto, dopo l’infortunio patito nel campionato precedente, dall’altro si rivelò più che fallimentare un vero e proprio incubo: fu l’anno della squalifica per un biennio e che si materializzò il 23 marzo di quarantacinque anni fa.
Quelle immagini impietose dell’entrata dei carabinieri negli stadi ha fatto, purtroppo, la storia in negativo del calcio. quel giorno Paolo Rossi perse l’occasione di giocarsi l’europeo casalingo e, allo stesso tempo, rischio di non tornare mai più come un tempo per continuare la scalata verso il successo.
In quella domenica di quasi fine marzo del 1980, Paolo Rossi, aveva quasi ventiquattro anni. Ventitré per l’esattezza. Una leggerezza che gli costò il periodo più importante di qualsiasi calciatore: quello della maturità e della consacrazione. Per fortuna che Enzo Bearzot continuò a credere in lui, quando tutti lo volevano mettere solo ed esclusivamente sulla graticola…