A cinque anni dalla scomparsa, ricordiamo la parabola di Pablito Rossi
E’ il 5 luglio del 1982, la nazionale italiana di calcio si appresta ad affrontare uno dei Brasile più forte della storia del calcio, dopo quello di Pelè Ovviamente. Il Commissario Tecnico verdeoro, il compianto Tele Santana, in quel caldo ed afoso pomeriggio, estivo, in quello che un tempo era conosciuto lo Stadio Sarrià di Barcellona, prima della costruzione del Camp Nou, aveva schierato questi giocatori: Valdir Peres, Leandro, Oscar, Luizinho, Junior, Cerezo, Socrates, Zico, Eder, Falcao e Serginho. Quest’ultimo, durante le preconvocazioni mondiali, aveva sostituito un certo Antonio Careca per infortunio.
I brasiliani, dal canto loro, in quella sfida, valevole per il passaggio alle semifinali della Coppa del mondo di calcio di quello stesso anno, venivano dalla vittoria contro gli odiati cugini dell’Argentina, si proprio quella di Diego Armando Maradona, con un sonoro 3 a 1. L’asso argentino, tre giorni prima, non firmò il tabellino dei marcatori ma ci pensò il compagno di squadra Ramon Angel Diaz. E per i brasiliani? Zico, Serginho e Junior.
Dunque, tale risultato portò tutti a pensare che gli azzurri, nonostante nel match inaugurale della seconda fase a gironi di quel mondiale, proprio contro gli argentini, nonché detentori del titolo, riuscirono sorprendentemente vittoriosi grazie a degli scatenati Marco Tardelli ed Antonio Cabrini.
Ma torniamo a quel torrido 5 luglio del 1982. Il nostro Commissario Tecnico, il compianto Enzo Bearzot rispose con questa formazione al collega sudamericano: Zoff, Cabrini, Collovati, Gentile, Scirea, Antognoni, Oriali, Tardelli, Bruno Conti, Ciccio Graziani e…. e qui ci fermiamo con la formazione schierata quel giorno. È vero, manca un giocatore, manca un nome in modo particolare.
Ci abbiamo pensato un bel po’ se dedicare a lui questo reportage visto che non è per un piacevole anniversario. Ma di questo ne parleremo più avanti. Dunque, il prossimo nome e cognome appartiene a colui che, nei fatti, è il protagonista della nostra storia sportiva numero 2: Paolo Rossi, ma per tutti, semplicemente, Pablito.
Quello che abbiamo svelato sopra è vero, non volevamo dedicare a lui questo secondo appuntamento della rinnovata rubrica e anche per un semplice motivo: tra non molto, anche se per essere ancor più onesti, nel settembre del 2026, il grande e leggendario Paolo Rossi avrebbe toccato quota 70 anni. La nostra intenzione, dunque, era quella, però, di anticiparci durante il periodo dei prossimi mondiali, con la speranza che la nostra nazionale sia presente questa volta, per raccontare la sua storia.
Infatti, l’eroe di Spagna ’82 era nato il 23 settembre del 1956 a Prato, in Toscana. Paolo aveva un fratello, di nome Rossano, e forse pochi sanno che suo padre era stato, a suo tempo, anche lui un calciatore. Infatti, Pablito, si potrebbe dire, che era figlio d’arte. Suo padre, di nome Vittorio Rossi, era stato l’ala destra della squadra della città. qualche anno dopo la nascita, l’ancora piccolo Paolo inizia a giocare nelle giovanili del Santa Lucia, squadra locale fondata dal dottor Paiar. Quella esperienza durò, ufficialmente dal 1961 al 1967. Nella stagione successiva, sempre rimanendo tra le giovanili, passò all’Ambrosiana; a seguire e per quattro anni, a partire proprio dal 1968 fino al 1972 vesti la maglia della cattolica Virtus e sempre nell’estate del 1972 con la maglia bianconera.
Quella maglia che un decennio dopo riuscì a portare sul tetto del mondo, ma siamo sempre nelle giovanili. Eppure, fu proprio la ‘Vecchia Signora’, a partire dalla stagione 1973/1974 a promuoverlo in prima squadra. In merito a questa sua prima esperienza bianconera rilasciò, in un delle tante interviste, questa dichiarazione:
“Non è stato facile, ai miei genitori non è che l’idea andasse molto. Sono rimasti scottati dall’esperienza di mio fratello, anche lui in bianconero, che dopo un anno è stato rispedito a casa. Mia madre non ne vuole sapere di mandare a Torino un altro figlio così giovane, mio padre consiglia al dottor Nesticò, un dirigente della Cattolica, di sparare una cifra alta, per dissuadere quelli juventini, ma non c’è verso. Italo Allodi viene a casa nostra, fa opera di mediazione e alla fine per quattordici milioni e mezzo faccio la valigia”.
Dunque, c’era ritrosia da parte della sua stessa famiglia nel lasciarlo andare a Torino, a causa di quella brutta esperienza capitata a suo fratello Rossano. Suo fratello, appunto. Il vero motivo passò alla Cattolica Virtus. Difatti, il suo divertimento era giocare con Rossano e allo stesso tempo, sicuramente senza neanche accorgersene, continuava a farsi le ossa sui campi di calcio di provincia. Nonostante tutto gli anni giovanili lo portarono ad essere discontinuo.
No, non era un problema di prestazioni o quantomeno di insicurezza semmai di infortuni. Anche troppi per uno della sua età. Purtroppo, a Paolo Rossi, proprio in quegli anni di mera formazione calcistica si materializzò l’incubo peggiore per qualsiasi aspirante giocatore professionista: la rottura del menisco. Purtroppo per lui non bastò una sola volta ma ben tre volte in due sole stagioni.
Ciò nonostante, il percorso del futuro Campione del Mondo non sarà condizionato come si potesse immaginare, eppure la svolta, ancora non arrivava. Poche presenze e, dunque, poche possibilità di mettersi in mostra con qualche rete in più, visto che il suo ruolo era quello dell’attaccante o se vogliamo essere ancor più precisi, fruendo di un linguaggio di altri tempi riprendendo il concetto dal principio: il suo ruolo era quello del centravanti; il numero 9, insomma.
Anche in questo caso una ulteriore precisazione è doverosa ma a questo punto dovremmo riprendere fin da subito il racconto della sua gavetta prima di entrare nel merito delle sue vere caratteristiche tecniche.
Dunque, all’inizio, durante le prime due stagioni in prima squadra con la Juventus Paolo Rossi non riusciva ad ingranare come voleva. Chiuso, anche, dai grandi campioni dell’epoca la dirigenza lo convinse ad avere più possibilità in una squadra di provincia. La prima designata fu il Como.
Ma anche in Lombardia le cose non migliorarono. Purtroppo, in quella stagione 1975/76, oltre ad esordire il 9 novembre di quello stesso anno, riuscì ad entrare in campo per altre quattro volte senza mai andare a segno e il Como, ovviamente non per colpa sua, retrocesse nella serie cadetta…