Secondo appuntamento speciale interamente dedicato a John Lennon
La storia e la leggenda di John Lennon è scandita da giorni passati alla storia come epocali, senza immaginare che alcuni di essi lo sarebbero stati fin dal principio. In quello che è di fatto il reportage o speciale numero 2 sul percorso esistenziale e professionale del leader dei Beatles, partiamo proprio da questa semplice ed umile considerazione, non dimenticando, nel primo appuntamento, in quale punto esatto abbiamo interrotto il nostro racconto da cui ripartire.
Ma le cronache dell’epoca ci impongono, comunque, di fare di già un piccolo saltello in avanti tra i vari aneddoti che continueranno a susseguirsi per completare quello che sembra, non solo a posteriori, un puzzle davvero interminabile.
Un saltello, dunque, il quale permette di ricollegarci con la fase di apertura del primo reportage, senza però riproporre lo stesso video; la stessa canzone, almeno per il momento, visto che abbiamo condiviso un altro brano sempre direttamente da YouTube. Questa volta e per ovvie ragioni non terrà più banco il 9 ottobre, già celebrato qualche settimana fa, con la consapevolezza che purtroppo faremo capolino a dicembre, attraverso una giornata che neanche vorremmo ricordare.
A tenere alta l’attenzione di tutti voi, cari lettori, è rappresentato dal giorno 5 ottobre del 1962. Un giorno, un mese ed un anno non proprio casuale; si dice che in quello che doveva essere un anonimo venerdì del quinto mese dell’anno venne inaugurata la stagione più trionfale della Gran Bretagna, dal punto di vista culturale.
In effetti, il destino volle che, in contemporanea, uscissero, rispettivamente tra sale cinematografiche e nelle varie stazioni radiofoniche una pellicola di genere spionaggio e quella che venne definita una semplice canzonetta di quattro giovani talenti provenienti dalla città di Liverpool. Ma come sempre, iniziamo ad andare con ordine.
Il film? Era il leggendario ‘Dr. No’, meglio conosciuto con il titolo: Agente 007 – Licenza di Uccidere, con l’altrettanto leggendario e mai dimenticato attore scozzese Sean Connery e di cui fra qualche settimana lo ricorderemo per il penultimo appuntamento con la serie di speciali intitolata: I ragazzi del 1930.
Per quanto riguarda la ‘canzonetta’, con la quale inaugurammo il primo speciale, un paio di settimane orsono, è ‘Love Me Do’, appunto, di quattro ragazzi, di quattro ‘sbarbatelli’, così intesi all’inizio, perché nessuno poteva immaginare che stessero iniziando a travolgere tutto e tutti; quattro giovanotti la cui unione venne sancita dal destino solamente cinque anni prima, quando la band musicale dei Quarryman era stata fondata solamente da un solo anno.
Di certo, cari lettori, se avete prestato molta attenzione al primo reportage, e di questo ne siamo convinti, di sicuro ci correggerete precisando che la prima vera band musicale fondata da John Lennon insieme a Peter Shotton vide la luce nel 1956. Dunque, ben sei anni prima da quella storica pubblicazione e diffusione radiofonica.
Solo in parte è così, perché nell’estate dell’anno successivo, esattamente il 6 luglio del 1957, ovvero tre anni dopo alla nascita ufficiale del rock, nel gruppo entrò un certo Paul McCartney. Il giovane musicista approdò alla corte dei Quarryman pochi giorni più tardi che gli stessi si erano esibiti, per ben due volte, ad un party all’aperto, in Rosebery Street, in occasione del 750° anniversario della municipalità della città di Liverpool concessa da Re Giovanni d’Inghilterra. Era il 22 giugno del 1957.
Ma torniamo a quel 6 di luglio in cui il destino ha voluto stabilire, almeno in via del tutto ufficiosa, l’inizio di una delle storie più incredibili del mondo della musica. Infatti, i Quarryman, dopo quelle due date, si esibirono più volte in concerto e l’anno successivo lo stesso Paul chiese il permesso di fare entrare un suo amico nella band. Volete sapere il nome? George Harrison.
Usando un termine molto, ma molto improprio, l’arruolamento di quest’ultimo tra le fila del complesso musicale, le cronache dell’epoca, raccontano un aneddoto che, al giorno d’oggi, ci riempie di pura meraviglia; nel senso di mera sorpresa e per un semplice motivo, legato al nome altrettanto leggendario del bassista della futura band che sconvolse, in modo positivo, il mondo della musica.
Da sempre, per entrare a far parte di un gruppo musicale, c’è bisogno della cosiddetta audizione. Già pronunciando il nome di George Harrison e pensare che abbia effettuato non una ma addirittura due audizioni fa riflettere di come, nonostante il talento non tutto era regalato.
Ad impuntarsi per non farlo entrare, vedendolo ancora troppo grezzo o comunque non ancora del tutto pronto ad esibirsi con i Quarryman, fu proprio John Lennon. Per fortuna che il futuro cantore della pace si ricredette permettendo, finalmente, l’ingresso nella band. Era l’anno 1958 e in quello stesso periodo realizzarono una cover dal titolo ‘That’ll Be The Day’, insieme al brano ‘In Spite of all the Danger, scritto proprio dai due nuovi entrati: Harrison e McCartney.
Ironia della sorte di queste due registrazioni, per diversi anni, si persero addirittura le tracce. Solo nel 1981, un anno dopo dalla tragica morte di Lennon Paul McCartney riuscì a recuperarli.
Nonostante il continuo allargamento, i Quarryman continuarono a subire diverse defezioni in quel periodo e, allo stesso tempo, anche nuovi ingressi. Anche in questo caso le cronache dell’epoca ci segnalano altri due nomi di fondamentale importanza a tal punto da costituire, in maniera del tutto involontaria, l’ossatura di ciò che il mondo conoscerà qualche anno più tardi.
Nomi come Stuart Sutcliffe, meglio conosciuto come Stu, e Pete Best; rispettivamente bassista e batterista. Ma tra le varie defezioni che si ebbero non figurano né McCartney e né Harrison.
In merito ad uno dei nuovi arrivati, ovvero Stu Sutcliffe, purtroppo le cronache dell’epoca non ci riportano notizie positive su di lui. Quest’ultimo, compagno di accademia di John Lennon e coetaneo dello stesso, non era mosso solo ed esclusivamente dalla passione per la musica, ma anche dalla pittura.
Infatti, se nel digitare il suo nome nella rete non vi uscirà solo musicista o comunque bassista, ma anche pittore; segno tangibile di come il suo talento, che si manifestava anche in questa seconda forma di arte, lo avrebbe portato lontano e, chissà, a farsi conoscere non solo come musicista e componente della band più famosa della storia della musica…