Il film con Nicolas Cage, Angelina Jolie e Robert Duvall era un remake del 1974
Il dettaglio a cui facevamo espressamente riferimento, ieri, era proprio relativo al salto compiuto dalla Mustang del 1973 che, per ovvie ragioni, non è spettacolare quanto quello immaginato, realizzato e mostrato all’inizio del nuovo millennio sul grande schermo. Certo, i tempi ed i mezzi a disposizione, tra l’una e l’altra versione sono diversi. I cosiddetti blockbuster proprio a partire dagli stessi anni ’70 si sono evoluti fino a diventare spettacolari, fino ad avere e a mantenere, ma non sempre, una determinata morale di fondo. È chiaro, però, che nel caso del film di Nicolas Cage la morale, a parte la lealtà verso i propri famigliari, non fu neanche presa in considerazione.
Ma come detto, quella del 1974 si trattava di un’altra epoca cinematografica rispetto a quella che stiamo vivendo dal 2000 in poi. Al di là di questo pacifico dettaglio fin dall’uscita, la pellicola fu oggetto di aspre polemiche e per un solo logico e legittimo motivo: visto che gli antieroi dovevano rubare delle auto, era chiaro che durante le varie scene, venivano mostrate le varie tecniche, da quelle più semplici a quelle più ingegnose, sul modo in cui le vetture potevano essere sottratte ai legittimi proprietari.
Ovviamente era un film e condannare un’opera cinematografica solo per questo motivo, non tanto superficiale nonostante tutto, quando in verità è piaciuto a molti, equivarrebbe ad una vera e propria ipocrisia. Eppure, però, non si può e non si deve abbassare la guardia onde evitare la possibile emulazione di certi gesti o comportamenti visti in alcune, come si diceva un tempo, pellicole. Tale discorso, però, verrà affrontato in un’altra sede e soprattutto durante un’altra occasione, per ragioni di opportunità; visto che il tema è anche abbastanza complesso.
Dunque, torniamo al film e in quella che è, nei fatti, la parte di finale di quello che si è rivelato essere uno speciale suddiviso in tre parti. La cui inaugurazione è avvenuta l’altro ieri mediante la rubrica ‘Storie di cinema’ e che si conclude oggi con l’istituzionale spazio musicale de ‘La canzone del lunedì’. Prima di proseguire, però, non possiamo non soffermarci sull’inseguimento finale della versione con Nicolas Cage per poi entrare nella dimensione della soundtrack del film.
Dopo queste immagini, rispetto a quelle con la quale abbiamo chiuso ieri la seconda parte, di sicuro, seppur è pleonastico chiedervelo, avete notato la differenza del salto dell’auto? Il salto della Ford Mustang, anzi delle due Ford Mustang? Logico pensare ed affermare che la sequenza realizzata nel 2000 è di gran lunga spettacolare rispetto a quella del 1974.
Anche se sarebbe giusto sottolineare, per l’ennesima volta, che entrambe le scene si differenziano soprattutto per un ulteriore elemento, che non è solamente connesso ai mezzi usati per girarla, no; sarebbe troppo facile. Il dettaglio da considerare è relativo alla prospettiva ed allo stile fra i due registi, oltre che dal periodo storico in cui sono stati girati, come già specificato in precedenza. Considerando sempre che lo sfortunato Halicki era, rispetto al suo successore, dietro alla macchina da presa, un vero e proprio esperto di auto ogni tipo.
Ed essendo che questo triplice appuntamento termini di lunedì è naturale spostare la nostra attenzione sull’ultimo elemento, che ha contribuito a spingerci a questa particolare pubblicazione. Un elemento che è rappresentato dalla colonna sonora. Da un lato dovremmo prima introdurvi delle immagini in particolare. Non volendo rischiare di anticiparvi la sorpresa, queste ultime saranno condivise come facciamo al solito alla fine dell’articolo. Quindi in questo caso alla fine di questa ultima parte dello speciale dedicato a ‘Fuori in 60 secondi’.
Per proseguire vi diciamo solamente un nome: Moby? Vi basta o forse no? Crediamo proprio di sì. Un tempo era davvero famoso, con il suo sound; con le sue basi musicali che conquistavano tutto il mondo a tal punto che anche la settima arte si accorse di lui. Ma anche in questo caso, come sempre, andiamo con ordine.
La nostra attenzione è attirata da una traccia in particolare, contenuta nel disco intitolato ‘The B Sides’ uscito il 24 ottobre del 2000; dunque non manca molto anche a questo venticinquesimo anniversario. Prima però di scoprire il brano, è naturale celebrare, seppur in maniera breve, questo talentuoso musicista, americano di New York. Nato l’11 settembre del 1965 e il cui vero nome è Richard Melville Hall.
Leggenda narra che il suo nome d’arte con il quale è conosciuto, Moby appunto, derivi proprio dal leggendario personaggio, letterario, ideato dallo scrittore Herman Melville, ovvero Moby Dick. Verità oppure no, questo pseudonimo ha talmente funzionato che il solo pronunciarlo che lo rende facilissimo da riconoscere. Nonostante si potrebbe pensare il contrario, la sua carriera ebbe inizio otto anni prima al suo exploit.
Era l’anno 1992 quando incominciò a farsi conoscere con il disco omonimo, seguito poi da altri cinque raccolte di brani inediti. Il long play del 2000, per essere precisi, rappresenterebbe una sorta di sequel del 33 giri inciso nel 1999. Intitolato semplicemente ‘Play’.
Qual è la differenza fra i due? Lo stesso musicista, durante la promozione del disco rilasciò queste dichiarazioni: The B Sides consiste nella raccolta di tracce musicali che non avevo deciso di pubblicare l’anno precedente; non avvicinandosi allo stile del disco del ’99 non risultavano essere perfetti di quel disco.
Le tracce in totale sono 11 e quella che interessa a noi la indichiamo per ultima: Sunday; Memory Gospel; Whispering Wind; Summer; Spirit; Flying foxes; Sunspot; Flying over the dateline; Running; The Sun Never stops setting e…
No, non ve la sveliamo nell’immediato. Diciamo solo che accompagna i titoli iniziali del film è, ancora oggi, se non il brano di sicuro uno dei brani più famosi del suo repertorio. Mediante Youtube condivideremo due video: il primo è quello relativo al film, mentre il secondo la traccia ufficiale proveniente dal disco. Dunque, ad aprire la settimana a FreeTopix Magazine, ovvero quella che porta al decimo mese dell’anno, ci pensa Moby con ‘Flower’.