Un’intervista che racconta la sua vita messa a servizio degli altri

Di fronte alla durezza della vita, Francesco Benigno ha risposto con il talento, la resilienza e una fame di riscatto che lo ha reso simbolo di speranza per tanti giovani cresciuti ai margini. Il successo arrivato con “Mary per sempre” non è stato solo un punto di partenza per la sua carriera, ma un nodo profondo della sua identità pubblica e privata. Oggi, quell’esperienza si rinnova nelle scelte di vita e nell’impegno culturale e sociale che l’attore porta avanti con tenacia, anche quando – e soprattutto quando – il sistema preferisce ignorarlo.

Francesco Benigno non ha mai nascosto la propria infanzia difficile. E proprio da quel passato doloroso ha tratto linfa per costruirsi un futuro, prima come attore, poi come regista, infine come mentore. Il punto di svolta arriva nel 2012, dopo quasi vent’anni lontano da Palermo:  “C’è stato un momento preciso in cui ho capito che la mia storia poteva servire anche agli altri. È successo nel 2012, quando dopo tanti anni vissuti a Roma, sono tornato a Palermo. Volevo rimettermi a servizio dei giovani, condividere con loro le opportunità che io stesso avevo ricevuto. Ero partito da ragazzo, tornavo da uomo con un’esperienza da offrire”.

Da quel ritorno nasce l’idea di un impegno concreto, fatto di laboratori, spettacoli, cortometraggi e incontri nei quartieri. Non per “salvare” nessuno – come lui stesso ci tiene a precisare – ma per accompagnare, ascoltare, valorizzare. “In Mary per sempre eravamo in sette-otto ragazzi. Solo io sono andato avanti. Ma se salvi anche solo una persona, hai fatto qualcosa di grande”. Nasce, successivamente,  l’associazione Mary per sempre, un omaggio a quel titolo che lo rese celebre ma anche una dichiarazione di intenti: dare voce e spazio a chi viene dalla periferia, proprio come lui.

In pochi anni, l’associazione ha prodotto cortometraggi, un film e uno spettacolo teatrale – più di quanto abbiano fatto molte realtà culturali finanziate. “Ma il problema – confessa – è che non potevo più accollarmi tutto da solo e, per questo motivo, ho chiuso l’associazione”. Per Benigno, il cinema e il teatro non sono solo strumenti di espressione, ma veri e propri strumenti di salvezza. “L’arte può salvarti, ma ci vuole talento. Puoi studiare quanto vuoi, ma se non hai una scintilla dentro, non ce la fai. Io quella scintilla la riconosco, l’annuso, e vorrei metterla a servizio dei giovani”.

Il talento, secondo Benigno, va coltivato con amore e fiducia. “Ho aiutato ragazzi che dormivano in strada. Uno di loro è stato protagonista del mio film, oggi lavora. Gli ho fatto capire che valeva qualcosa”. Dopo tanti ruoli interpretati, Benigno ha scelto di indossarne uno che va oltre il set: quello del testimone di speranza. “Quando Marco Risi mi ha scelto, io ero nel punto più basso della mia vita. Quella mano tesa mi ha cambiato la vita. E io oggi voglio essere quella mano per qualcun altro”. Nel film Il colore del dolore, Francesco Benigno ha scelto di raccontarsi senza filtri, portando sullo schermo le ferite della sua infanzia, il dolore, le cadute, la rabbia, la solitudine.

Non è stato un atto di autocelebrazione, ma una liberazione. Ho tirato fuori tutto. I tormenti, i giorni duri. E l’ho fatto perché qualcuno potesse guardare e dire: se ce l’ha fatta lui, forse posso farcela anch’io’”. Il film è diventato uno strumento educativo e motivazionale. Un messaggio forte, soprattutto per chi si sente dimenticato. Benigno non smette di guardare alla sua città come a un luogo pieno di potenzialità inespresse. “Quello che mi pesa è non avere gli strumenti per aiutare i giovani come vorrei. Ho provato a prendere uno spazio vicino lo Zen, per creare un teatro, un punto d’incontro. Ma non è stato possibile. Non mi danno i mezzi, anche se li chiedo”.

Di premi, Francesco Benigno ne ha vinti molti, ma quello che oggi desidera di più non è fatto di statuette o tappeti rossi. “Il premio più grande sarebbe essere riconosciuto come uomo che ha saputo riscattarsi. Che ha trasformato la sofferenza in arte, l’errore in crescita, il dolore in forza. E che ha messo tutto questo a disposizione degli altri”. Francesco Benigno non cerca applausi, cerca alleati. Non si presenta come un eroe, ma come uno che ha sofferto e ha saputo trasformare il dolore in luce. Una luce che ancora oggi, tra mille difficoltà, cerca di riflettere sugli altri. Perché il vero successo, per lui, non è essere ricordato per un film, ma per ciò che ha fatto dopo. E per chi ha aiutato a credere in sé stesso.

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