Il 13 agosto del 1975 usciva il film con l’indimenticato Maurizio Merli

Li chiamavano ‘poliziotteschi’. Un’evidente storpiatura del ben più istituzionale appellativo del genere identificato come ‘Poliziesco’. Era un ‘affaire’, come si diceva un tempo e nonostante il termine provenisse oltralpe, tutto italiano; ampiamente ispirato, come spesso accadeva all’epoca, dalle opere cinematografiche provenienti dagli Stati Uniti d’America. Dall’Ispettore Callaghan, con il leggendario primo episodio: Ispettore Callaghan – Il Caso Scorpio è tuo’ a Il Braccio più violento della legge, dall’investigatore della sezione narcotici, Jimmy ‘Papa’ Doyle.

Due opere cinematografiche, rispettivamente interpretate da Clint Eastwood e Gene Hackman, le quali influenzarono, non poco, la cultura del grande schermo nostrano. Eppure, quei due poliziotti apparentemente cinici, violenti, apparentemente senza regole, non avevano solamente in dote una sorta di codice morale ma anche un capostipite, nonostante non sempre viene riconosciuto come tale.

Qualche anno prima e nell’anno più esplosivo degli Stati Uniti d’America, il 1968, tanto per cambiare. L’anno della rivoluzione, come è sempre stato definito. L’anno degli assassinii di Martin Luther King e di Robert Francis Kennedy, l’anno dell’invasione dell’Unione Sovietica con i carri armati a Praga, l’anno del primo oscar ad un attore afroamericano, per ‘Indovina chi viene a cena’, ovvero a Sidney Poitier; l’anno di C’era una volta il west’ del nostro Sergio Leone, con Charles Bronson ed Henry Fonda; l’anno di ‘Bullit’ con il leggendario e sfortunato Steve McQueen, nel ruolo del tenente della squadra omicidi Frank Bullit.

Se il 1968 era anche l’anno della contestazione giovanile, concetto esteso a tutto l’intero decennio 1960, i dieci anni successivi, quelli riconosciuti nel decennio 1970, vennero indentificati come gli anni della disillusione di quegli stessi ideali portati avanti negli anni precedenti. Di certo ciò che era nella nazione a stelle e strisce, che di riflesso avvenne anche da noi.

Eppure, nella nostra penisola, negli anni ’60 s’intende, si parlava anche di boom economico oltre che di contestazioni sociali avvenuto nei tardi anni ’60. Gli anni ’70, dunque, hanno rappresentato un primo vero sintomo di frustrazione verso qualcosa che non ha davvero funzionato a dovere o come tutti si aspettassero, dopo le pressanti richieste sociali mai soddisfatte e quasi lasciate morire nel dimenticatoio.

Sia la delinquenza, specialmente quella comune, e gli atti di terrorismo prendevano sempre più piede ed eroi, scusate: volevamo dire, antieroi come l’Ispettore Callaghan e il personaggio interpretato da Gene Hackman, rappresentavano il pragmatismo assoluto, rappresentavano tutti coloro che si erano stancati di quello che stava succedendo per le strade.

Le grandi metropoli come New York e Roma, per esempio, erano il punto di riferimento di qualcosa di altamente negativo; non è un caso che questo culmine di mera reazione venne descritto nel migliore dei modi anche con un altro film che sveleremo più avanti.

La settima arte, dunque, ancor prima delle istituzioni, riusciva a captare molto bene l’umore del cittadino medio il quale, come conseguenza, si sentiva altamente rappresentato da quegli eroi e, allo stesso tempo, dimenticato da chi doveva garantirne la sicurezza in via del tutto logica ed armoniosa.

Dunque, dicevamo se gli americani tiravano fuori personaggi diventati poi iconici e leggendari, i quali avrebbe tracciato un solco ben definito tra ciò che era stato il genere, prima e il dopo della loro apparizione, a partire proprio dal 1968, visto che ‘Bullit’ è considerato il capostipite del ‘poliziesco’ moderno, in Italia, due giorni prima del Ferragosto dell’anno 1975 in tutti i cinema, uscì una pellicola diretta Marino Girolami.

Un film che strizzava moltissimo l’occhio ai colleghi statunitensi. No, non era una copia o una maldestra imitazione di ciò che incominciava ad arrivare oltreoceano. Al contrario, lo stesso regista era stato ispirato a tal punto da realizzare un’opera totalmente indipendente e che non sfigurava per nessuna ragione con film di ben più alta caratura.

Una pellicola, in tutta la sua essenza, cruda, violenta e addirittura di genere quasi action, una tipologia molto lontana dalla nostra tradizione cinematografica. Il personaggio principale si poneva come un perfetto mix tra lo stesso Ispettore di San Francisco, il cui volto era quello di Clint Eastwood, il ‘Papa’ Doyle di Gene Hackman e il Bullit dello stesso Steve McQueen.

Non solo, lo stesso protagonista doveva richiamare anche un altro eroe nostrano, entrato anch’egli nell’immaginario collettivo. Infatti, all’inizio si pensava non proprio all’attore, diventato anche lui un mito ed una leggenda, che poi abbiamo visto tutti. No, lo stesso regista e gli stessi produttori, dopo che un noto attore americano diede forfait, ovvero Richard Harrison, si pensò ad un interprete che avesse, quasi, la medesima iconografia di Franco Nero.

Quest’ultimo aveva già conquistato l’intero pubblico italiano, insieme al compianto Giuliano Gemma, nei ruoli western, con il personaggio di Django; mentre Gemma con il pistolero Ringo. L’attore che venne scelto per quello che diventerà il ‘Callaghan’ e il ‘Papa Doyle’ italiano fu il compianto Maurizio Merli, scomparso il 10 marzo del 1989 a causa di un infarto durante una partita di tennis, davanti agli occhi della figlia.

Il film a cui abbiamo dedicato questo ampio reportage, caso più unico che raro nei confronti dello stesso cinema italiano, è quel piccolo ed immenso capolavoro di ‘Roma Violenta’. Un lungometraggio della durata di soli 86 minuti, ma che è un mero concentrato di adrenalina pura, tra crimini, sparatorie ed inseguimenti iconici. La trama, nella sua essenza è molto semplice: nella capitale la criminalità è fuori controllo. Scippi e rapine violente sono all’ordine del giorno, senza dimenticare anche il giro di droga e quello delle auto rubate.

A tentare di arginare questa ondata di azioni violente contro cittadini inermi ci pensa un funzionario del corpo delle guardie di pubblica sicurezza, un tempo era così identificata la polizia, il Commissario Betti, interpretato, appunto, da Maurizio Merli. Betti, rispetto a tutti gli altri suoi colleghi non si fa scrupoli nell’affrontare criminali di vario genere.

Usa molto di più le maniere forti, anche troppo sarebbe giusto dire, andando ben oltre le leggi che lui stesso deve far rispettare. Scritto da Vincenzo Mannino e realizzato grazie alla Flaminia produzioni, nella persona di Edmondo Amati, musicato addirittura dai fratelli Guido e Maurizio De Angelis, ‘Roma Violenta’ sembra all’inizio una miscela di tutto quello che si è visto in precedenza…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *