50 anni fa usciva ‘Born to Run’, il disco che consacrò per la prima volta Bruce Springsteen

Ormai siamo entrati nel vivo del racconto, siamo entrati nel vivo di questa analisi e di questa celebrazione dedicata al terzo disco della carriera di Bruce Springsteen, un album che gli permise di ottenere una prima consacrazione, un disco che lo proiettò direttamente nell’olimpo dei grandi, riuscendo, persino, a compiere una svolta epocale e non solo per sé stesso. Con questo 33 giri avvenne anche un’altra evoluzione di cui vi diremo più avanti e nel riprendere il discorso ci basta solamente proseguire con le canzoni rimaste dopo le due di ieri, dopo ‘Thunder Road’ e ‘Tenth avenue Freeze Out’.

Proseguiamo seguendo, fino ad un certo punto, l’ordine prestabilito dalla scaletta con il potente ed energico brano che sia apre a tutta birra con una possente carica di jazz, grazie a quel naturale talento con il sassofono che corrispondeva al nome di Clarence Clemmons, dal titolo ‘Night’.

È vero, direte voi cari lettori, Bruce Srpingsteen aveva affermato che questo suo disco era contraddistinto da canzoni che rappresentavano tanti episodi che potevano essere vissuti sia di giorno che di notte. Difatti dopo le prime due, che tranquillamente rappresentano la mattina e il pomeriggio, per i più pignoli mancherebbe quel brano che rappresenta la sera.

Per quale motivo vi chiederete sempre voi? Perché la terza traccia è intitolata, semplicemente, ‘Night’, per l’appunto. Brano con il quale abbiamo aperto la quarta parte di questo lungo reportage. A seguire, si passa ad un altro tono non proprio sommesso, semmai malinconico e struggente della quarta traccia; quella che un tempo chiudeva il cosiddetto lato A di un normale e qualsiasi disco: ovvero ‘Backstreets’.

Un brano, questo, che presenta un’atmosfera e quindi un sound totalmente differente dai tre precedenti. Meno spensierato, meno allegro, più malinconico, per non dire a tratti, anche un po’ struggente. Ciò deriva anche dalle parole, dai versi e da quello che viene raccontato attraverso dallo stesso cantante. Infatti, avendo sempre come punto di riferimento la biografia del 2016, lo stesso Boss specifica che il brano fa riferimento ad amicizie infrante.

Ciò che colpisce dell’intera costruzione musicale, del modo di cantare e di come si arrivi alla parte finale è quel ‘drammatico’ ritornello ripetuto come un ossesso, quasi. Il verso ‘Hiding on the backstreets’, la cui traduzione letteralmente significa ‘nascondersi nei vicoli’, che rappresenta il culmine di una lunga preparazione musicale.

Il lato B, invece, è inaugurato proprio dal singolo che presta il titolo al disco e, ovviamente, di ciò ne parleremo più avanti come abbiamo già affermato e in più di una volta in precedenza. Ma andiamo subito oltre, con l’altrettanto e potente brano ‘She’s The One’. Scritta, pensate, solamente per un assolo di sax con questa canzone, il Boss, richiama la musica di Bo Diddley.

Anche in questo caso ci fermiamo un momento e come sempre andiamo con ordine, approfondendo questo dettaglio particolare della storia di questo album. Tale nome, per lo stesso Springsteen, si trattava e si trattata ancora tutt’oggi di una mera fonte di ispirazione. Per chi mastica molto del mondo musicale sa benissimo che il nome di Bo Diddley appartiene a colui che, ancora oggi e secondo la rivista Rolling Stone, è il miglior chitarrista di tutti i tempi.

Afroamericano, era nato a McComb, nella Contea di Pike nello Stato del Mississippi, il 30 dicembre del 1928, per poi morire ottanta anni dopo ad Archer, nella Contea della Florida il 2 giugno del 2008. Fu tante cose nel mondo musicale, Bo Diddley, soprattutto cantautore, chitarrista e compositore. Il suo repertorio spaziava dal Blues al Chicago Blues, dal Rock e al Rhythm and blues. Inoltre, il suo vero nome non era quello con il quale si è fatto conoscere ma: Ellas Otha Bates McDaniel. Leggenda vuole che Diddley si innamorò della chitarra ascoltando John Lee Hooker.

Ritornando a She’s the one, come potrete ascoltare fra non molto, il brano è uno dei più ritmati del disco insieme a ‘Born To Run’ e a ‘Night’. Le altre cinque si mantengono tra un lento ed una sorta di soft rock, anche se quest’ultima espressione non sarebbe propriamente giusta.

Prima, però, di entrare nel merito delle ultime tre canzoni, che chiudono di fatto il disco, torniamo su un dettaglio della storia che, durante una delle parti precedenti di questo reportage, non è stato riportato a dovere: ovvero quella sorta di passaggio che ci fu Mike Apple e Jon Landau. L’ultima volta che li abbiamo menzionati era quando i due si apprestavano, per un motivo e un altro, a dare manforte lo stesso futuro Boss per l’inizio della sessione di registrazione del disco, avvenute tra il 1974 e proseguite fino ai primi mesi del 1975.

Avevamo solamente accennato ad un incontro tra Apple e Springsteen, senza però entrare troppo nel merito. Dopo quell’incontro andato a male in cui tutto sembrava essere sulle spalle dello stesso Bruce Springsteen in fatto di guadagni e dove era proprio lui a non guadagnarci nulla e, a sua volta, dopo che lo stesso Landau proferì quella frase lungimirante, il giornalista ed il nuovo rocker presero ad incontrarsi più volte.

Springsteen, sempre in base alla sua stessa autobiografia, si recava spesso a New York per andarlo a trovare. I due trascorrevano il tempo ad ascoltare, per ore, dischi insieme e non solo. Bruce si accorse anche che con lo stesso Jon poteva parlare di tutto. non era solo un amico fidato e sincero, Jon aveva una visione ben più di Mike Apple del mondo musicale.

Conosceva, a differenza di quest’ultimo, anche i grandi maestri che potevano aiutare lo stesso cantante ed è così, per sommi capi, questa leggendaria collaborazione tra i due e che, tutt’oggi, dura ancora. Lo stesso Boss racconta, nel suo libro, come i due continuano a lavorare insieme, realizzando progetti senza neanche farci caso. Come se fossero un’unica anima musicale, ma è difficile dire chi sia il braccio e chi la mente. Quasi sicuramente, i due si equivalgono e non è poco…

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