50 anni fa usciva ‘Born to Run’, il disco che consacrò per la prima volta Bruce Springsteen
La fortuna, dicevamo. Alla fin dei conti tutto ruota su questa semplice ed apparentemente piccola ed innocente parola, che sembra quasi avere neanche tanta rilevanza. Invece non è così. sappiamo che ad ogni sforzo, ad ogni tentativo, ogni volta che si cade e ci si rialza perché si crede in quel progetto, in quel sogno e, allo stesso, si continua ad esser perseveranti in quello che si vuole alla fine il risultato arriva.
Era questo il vecchio concetto del sogno americano. Un concetto che venne applicato anche in quel lontano 25 agosto del 1975, quando venne pubblicato il terzo disco della carriera di Bruce Springsteen. Nessuno, però, si poteva immaginare che quell’uscita, quella pubblicazione rappresentava un cambio di passo epocale e non solo per il percorso professionale dello stesso; ma anche del rock com’era conosciuto fino a quel momento.
Il rock, appunto. Il genere nato con Elvis Presley, trovò nuova linfa con il ragazzotto del New Jersey, prima che lo stesso Re abdicò per l’eternità il 16 agosto del 1977. Springsteen, dal canto suo, non diventerà ancora il Boss della musica mondiale per antonomasia. Dovranno trascorrere ancora nove anni tutti pieni, fino ad un altro disco, la cui prima parola è la stessa compresa nel titolo di questo long play. Eppure, una cosa era finalmente chiara, grazie a Jon Landau, Bruce Springsteen aveva fatto finalmente il salto di qualità che gli mancava.
Finalmente, con questo album, si lasciava alle spalle quell’etichetta che per due anni lo accompagnò per i vari concerti: il Nuovo Dylan. No, Bruce Springsteen non è nemmeno tutti gli altri grandi artisti al quale era stato accostato inizialmente. Semmai, Bruce Springsteen, proprio quel giorno di cinquanta lunghi anni fa, divenne tale per il mondo intero per una prima consacrazione.
La seconda, come abbiamo già detto anche in altri speciali, giungerà intorno alla prima metà degli anni ’80. Ma quella è un’altra storia che vi abbiamo già raccontato un anno fa. Adesso rimaniamo concentrati su questa, sulla quale ci abbiamo aggiunto quello sfortunato doppio esordio il cui cinquantesimo anniversario è stato celebrato due anni fa.
Dunque, abbiamo pensato in grande, come sempre, nel riportarvi fatti e aneddoti della musica. Non potevamo fare altrimenti e questa volta il brano con in quale abbiamo aperto questa terza parte è quella giusta e con esso anche gli altri sette che compongono questo straordinario disco che ha rappresentato molto di più di un semplice tassello nella storia in generale della musica.
È vero, fino adesso non abbiamo mai e poi mai trascritto il titolo della canzone che presta il titolo al disco e il motivo è anche semplice: non è tanto per suspense, visto che a corredo di ogni singola parte pubblicata stiamo usando la copertina, ma perché, come avrete già inteso, chiuderemo proprio con quella canzone e non può essere altrimenti.
Rispetto alle prime due raccolte d’inediti, questa volta Springsteen aveva dalla sua un manager che lo supportava in tutto e per tutto, garantendogli il pieno controllo delle canzoni. non è un caso che nella stessa autobiografia, mentre il medesimo era in sala d’incisione con Jon Landau, il futuro Boss si sente sussurrare dallo stesso critico musicale notevoli parole di carica: sei un’artista con i fiocchi, dovresti registrare in uno studio con i fiocchi.
Lo studio in particolare, dove si tennero le sessioni di incisione del disco, erano i 914 Studios, ma non solo. Sempre con la Columbia records e il periodo oscilla tra il 1974 ed il 1975. Mike Appel comunque era presente e, anche se non godeva più della stessa fiducia da parte di Springsteen come un tempo, ugualmente accompagnò il cantante agli studi d’incisione sulla 44esima strada di Manhattan New York.
Il futuro Boss, per questa sua ennesima fatica, aveva pensato anche lui, semmai si potrebbe usare un’espressione migliore, di fare le cose in grande e non solo dal punto di vista musicale, con il tipico sound del rock puro e vero, ma con una freschezza rappresentata da un’esplosiva miscela di generi che si confondono e e disuniscono per poi riunirsi nella stessa canzone.
Uno schema, questo, ripetuto per tutta la durata del disco, trentanove minuti e venti secondi tanto per essere precisi. Ci si trova il blues e il rhythm and blues, il country, il pop e il pop folk; addirittura, anche il classico jazz da night e quello forsennato in un paio di brani che vi indicheremo più avanti. Diciamo, senza troppi giri di parole che ‘Thunder Road’, brano che apre la sua terza raccolta di inediti, né è un mero e chiaro esempio di ciò che stiamo cercando di dire. Un gustoso antipasto che sa di uno di quei tanti primi che arrivano a tavola e che gusti senza problemi, perché non appesantisce l’ascolto, in questo caso, fin dall’inizio.
Ma non è solo quello: Bruce Springsteen, sia in fase di scrittura, che in fase di componimento del sound, aveva comunque le idee chiare su come far ‘girare’ l’elleppì. Ogni canzone doveva rappresentare un singolo episodio di un altrettanto singola giornata e nottata di estate.
Infatti, se la stessa ‘Thunder Road’ instilla l’idea della mattina presta, il brano successivo, ‘Tenth Avenue Freeze Out’ sembra quasi un partry sfrenato che inizia quasi al rallentatore prima di ingranare come dovrebbe e così via. Ma, in tutto e per tutto, quali e quanti sono le canzoni che componevano questo suo nuovo album: per la precisione otto. E i titoli?
Le già citate ‘Thunder Road’ e ‘Tenth avenue Freeze Out’. Poi a seguire: Night, la struggente Backstreets; la leggendaria Born To Run e la potente She’s the one; a chiudere questa vincente tracklist: Meeting Across the river e l’altrettanto struggente Jungleland. Tutti brani che raccontano una storia, che lanciano un messaggio implicito ed esplicito. Canzoni, queste, realizzate con i componenti storici della E Street Band e che andremo a scoprire una alla volta come abbiamo fatto fino adesso in maniera indiretta.
Certo, ne mancano ancora sei proprio per questo abbiamo voluto esagerare e realizzare questo lungo reportage per questo disco che ha fatto la storia della musica. Non solo quella personale e professionale dello stesso Bruce Springsteen…