50 anni fa usciva ‘Born to Run’, il disco che consacrò per la prima volta Bruce Springsteen
Tranquilli, non ci siamo sbagliati. Non ci siamo confusi con né con le canzoni e né con quelli che un tempo si chiamavano long play, 33 giri o più semplicemente, dischi. Volontariamente abbiamo deciso di aprire con questo brano risalente al 1973 per quella che è, di fatto, una lunghissima introduzione per una celebrazione di una raccolta di brani inediti usciti giusto 50 lunghi anni fa e sulla quale ci arriveremo in questo lungo reportage. Non vi preoccupate.
Per coloro che conoscono una certa discografia in particolare sono ben consapevoli che non siamo partiti dalla preistoria, anche se in apparenza sembra di sì; sembra tutto al contrario. Ma in fondo da un punto dovevamo incominciare e adesso, senza troppi giri di parola, vi portiamo subito alla scoperta.
Incominciamo subito con l’affermare che la storia sia della musica in generale sia del rock in particolare è sempre stata segnata, contraddistinta, da svolte epocali. Alcune si riconoscono subito e lasciano immediatamente non un segno ma il segno tangibile, dal quale non si può prescindere per nessuna ragione al mondo. Ed altre sono più complicate ad esser riconosciute come tali e per un semplice motivo: sono difficili da individuare, non venendo riconosciute nell’immediato come tali. Sembra un controsenso ma è così, è la dura legge della vita.
Molte volte non sempre si riesce a comprendere il talento che una persona possiede e, cosa ancor più rilevante saper intuire, allo stesso tempo che, quello stesso aspirante artista o cantante che sia, dove può addirittura arrivare. Missione impossibile, vero?
Partiamo anche da un altro presupposto: affinché un qualsiasi talento possa effettivamente esplodere servono comunque due elementi imprescindibili, di cui il secondo è indissolubilmente legato al primo: credere in sé stessi, credere, appunto, nelle proprie capacità in modo da realizzare i propri sogni. Dunque, la cosiddetta botta di fortuna serve a poco se non sussiste la prima, ovvero la consapevolezza di sé stessi. Ciò cosa vuol dire?
Nel rispondere a quest’ultima domanda, come sempre, andiamo con ordine, tenendo presente che il nome dell’artista e, quindi, del cantante in particolare, di cui abbiamo condiviso, in apertura, una delle sue canzoni pubblicate nel gennaio dell’anno indicato in precedenza, non ha alcun bisogno di presentazione e non può essere altrimenti.
Qualcuno, non conoscendo tutte la storia per filo e per segno, potrebbe tranquillamente affermare che la fortuna, appunto, aveva bussato e il giovane ed aspirante rocker aveva risposto presente con quelle nove tracce che rappresentavano l’esordio vero e proprio dopo una gavetta vissuta tra i locali più disparati.
Si potrebbe dire che in quel lontano 5 gennaio del 1973, per Bruce Springsteen, sembrava fatta. Con Blinded by the light, Growin ‘Up, Mary Queen of Arkansas, ‘Does This Bus stop at 82nd street?’, Lost in the flood, The Angel, For You, Spirit in the night e It’s Hard to Be a Saint in the city. Eppure, non sempre tutte le ciambelle vengono realizzate immediatamente con il buco. La fortuna, fino a quel momento, era arrivata fino a quell’esordio e nulla più. Cosa mancava ancora? Si potrebbe dire nulla. invece no, c’era ancora qualcosa che non quadrava.
Per comprendere questa storia musicale, quindi, bisogna andare ancora indietro nel tempo, non vi preoccupate, cari lettori, si tratta solo di qualche mese: maggio 1972. Il giovane Springsteen, non ancora universamente conosciuto con il suo soprannome d’arte ‘The Boss’, riesce ottenere un’audizione alla Columbia Picture grazie al suo primo e storico manager, Mike Apple.
È inutile sottolineare il fatto che quell’esibizione, quasi privata, andò a gonfie vele e venne svolta davanti al talent scout della stessa casa di produzione, sezione musica, ovvero John Hammond. Quest’ultimo era diventato famoso per il solo fatto di aver scoperto un certo Bob Dylan; non proprio un nome a caso.
Cosa accadde dopo quel quinto mese del 1973? Semplice, venne firmato il contratto con l’omonima casa di produzione. Attenzione, però: l’accordo venne stipulato in un modo non proprio consono, almeno per un artista alle prime armi. Difatti, le clausole o comunque le condizioni all’interno del testo del contratto prevedevano che lo stesso Springsteen producesse canzoni di un certo tipo senza, però, rendersi effettivamente conto del passato dello stesso cantante esordiente in via del tutto ufficiale.
Il contratto non venne stipulato da Bruce in prima persona ma dalla società del suo manager, Mike Apple, conosciuta come Laurel Canyon, con John Hammond. In questo modo cosa realmente accadde? Che lo stesso artista non aveva il controllo su nessuna delle canzoni realizzate, incise e pubblicate. Per di più, nonostante l’audizione, come detto in precedenza, fosse andata a buon fine nascose, fin da subito, un equivoco non da poco.
Specificare il tipo di musica o il modo in cui lo stesso Springsteen la intenda, a distanza di oltre cinquanta anni, appare veramente pleonastico. Eppure, in quel momento nessuno ed in particolar modo ne tantomeno lo stesso Apple si rese conto dall’abbaglio colossale al quale stava andando incontro.
Infatti, precedentemente avevamo sottolineato che nessuno, al momento della stipula del contratto, aveva tenuto conto del passato del futuro Boss della musica mondiale. Nessuno tenne conto delle band come i Steel Mill con le quali lo stesso Bruce si era esibiti nell’area de Jersey Shore.
A quell’audizione, Bruce Springsteen, venne presentato come un one man show con tanto di chitarra e quindi con canzoni prettamente acustiche, senza dimenticare che già in quell’istante gli venne anche affibbiata l’etichetta di cantante impegnato e prettamente di musica folk. Proprio alla Bob Dylan, tanto per intenderci. Ed erano questo tipo di canzoni che Bruce doveva realizzare per contratto.
Ecco svelato il motivo, semmai ricordato in questa occasione, del perché quelle prime nove canzoni, raggruppate con il titolo: ‘Greetings from Asbury Park, N.J’, nonostante venivano indicate come rock, all’orecchio erano riconoscibili come folk. Quel folk del menestrello che aveva infiammato le folle durante tutti gli anni ’60.
Si potrebbe dire, senza rincarare troppo la dose, che, sì, Mike Apple, scoprì Bruce Springsteen ma non seppe vedere oltre, non avendo intuito, nella sua essenza, la vera potenzialità del cantante nato a Freehold il 23 settembre del 1949. A questo punto bisognerebbe fare un altro nome che vedrà in quello che sarà, per sbaglio, etichettato con il ‘Nuovo Dylan’ qualcos’altro che il mondo avrà la fortuna di vedere e di ascoltare…