Diretto da Ridley Scott, il film ha lanciato in maniera definitiva la carriera di Russel Crowe

Per questa terza ed ultima parte dello speciale dedicato all’immenso capolavoro di Ridley Scott, uscito 25 anni fa, bisogna partire da un presupposto che sembra superficiale e anche scontato, per alcuni versi. Che il Gladiatore riuscì a riportare in vita un genere cinematografico ormai morto è innegabile, in quella lontana prima estate del nuovo millennio. Il successo fu anche confermato dalle numerose candidature che ottenne alla notte degli oscar del 2001, ma di questo ne parleremo più avanti.

Il punto, però, è un altro e ci stavamo arrivando direttamente ieri, sul finire della seconda parte di questo speciale: ossia che nonostante il successo, il film venne investito, nonostante tutto, da una serie di polemiche che, al netto dei fatti, erano anche logiche e non erano campate in aria. Polemiche che riguardavano, senza alcuna ombra di dubbio, i possibili errori storici o quantomeno delle incongruenze con quanto riportato nella storia rispetto ad alcuni fatti o alcuni personaggi realmente esistiti durante l’epoca romana.

Primo su tutti ci appare fin da subito, durante l’apertura del film, per farci capire in quale zona dell’impero è ambientata la prima scena: Germania 180 d.C. Con questa indicazione non si intuisce bene, di fatto, in quale punto geografico ben preciso parte la storia. nel senso che quella scritta tendeva a confondere i territori ‘liberi’ Germani della Germania Magna, da quelli che erano prettamente delle province romane e che si trovavano nella Germania sia superiore che inferiore. Non finisce qui.

Per esempio, anche la morte di Commodo, che avviene nel film è stata, giustamente, oggetto di critiche. Difatti, quest’ultimo prese veramente il posto di Marco Aurelio e morì per mano di un gladiatore ma non all’interno del Colosseo. Diciamo che la sua fine si ebbe all’interno di un bagno e venendo strangolato dal suo istruttore, il maestro dei Gladiatori Narcisso.

Ultimo esempio, anche si potrebbe andare anche all’infinito, riguarda proprio il Colosseo e per certi, durante la presentazione della trama sembra che si siamo cascati anche noi; invece, abbiamo tenuto fede quanto voluto dal regista. perché anche chi non è uno storico attento o quantomeno appassionato di storia romana, sa molto bene che il termine che il quale si indica l’arena più famosa sia della storia che del mondo non è quella al qual facciamo riferimento ma bensì all’Anfiteatro Flavio.

Il nome lo abbiamo riportato in più comodo italiano, rispetto alla lingua originale dei romani, che non è il dialetto attuale, ma il latino. Il nome Colosseo, attribuita ad una delle strutture realizzate nell’antichità in generale, risale esattamente al IX° Secolo d.c.

Con gli esempi, come detto, potremmo tranquillamente continuare, allungando sempre più il discorso e senza arrivare al nocciolo della questione, almeno per questo punto. Durante sia la fase della scrittura della sceneggiatura e sia durante le riprese sul set, come normale che fosse, lo stesso regista si avvalse di diversi storici. Persone esperte che conosceva quel mondo tanto lontano nel tempo, quanto affascinante.

Ciò che riportano le cronache dell’epoca, del 2000 si intende, fu che alcuni di loro si dimisero, diciamo così, dall’incarico quando avevano intuito che molti riferimenti e dettagli storici non sarebbero stati rispettati. Non a caso lo stesso regista, nel periodo in cui venne licenziato il primo sceneggiatore e che aveva anche avuto l’idea di base del film, critico proprio il lavoro di Franzoni perché ritenne il suo lavoro privo di sottigliezze.

In sostanza, per portare a casa il risultato bisognava forzare un po’ la storia stessa con delle precise licenze poetiche che, nell’economia del film, hanno funzionato eccome.

Hanno funzionato talmente tanto che non solo gli incassi, come abbiamo visto, furono alti, ma come abbiamo anche accennato in precedenza, Ridley Scott e i produttori si ritrovarono a fare la conta di tutte le candidature, per la cerimonia degli oscar del 2001, conquistate dall’uscita del film e non solo quelle. Si pensi, per esempio, 3 golden globes su cinque candidature.

Ancora, 4 British Academy Film Award su ben 15 candidature; 3 nominations per lo Screen Actor Guild Award, senza dimenticare anche gli altri premi come: Il Chicago Film Critics, l’European Film Award e il Critics’ Choice Movie Award e il Saturn Award.

E gli oscar? Tranquilli, cari lettori, non ce li siamo persi per strada o comunque nell’arena dove lottano Massimo Decimo Meridio e Commodo. Rispetto, però, ai premi inglesi, ai British Award, l’Academy Award premiò il film con ben 5 statuette d’oro su ben 12 candidature. Le cinque statuette sono per i migliori effetti speciali, per il miglior sonoro, per i migliori costumi, per il miglior attore protagonista, ovvero a Russell Crowe, e per il miglior film, a Douglas Wick, lo stesso David Franzoni e Branko Lustig.

Tra le tante statuette che sfuggirono quella sera ci fu anche quella come miglior regista. Sì, proprio così: quella che sarebbe stata destinata a Ridley Scott. Forse quel tipo di riconoscimento, che sarebbe stato il sesto, non arrivò proprio a causa di più qualche errore storico? Ma come abbiamo specificato in precedenza, anche in altre occasioni, le cosiddette licenze poetiche hanno sempre dato una grossa mano ad alcuni film.

E dunque non cambia la sostanza. A venticinque anni dall’uscita del film si continua a parlare proprio come Massimo Decimo Meridio carica i suoi uomini prima della battaglia finale: le nostre gesta riecheggeranno nell’eternità. E nei fatti è così. certo, nessuno però si aspettava che ventiquattro anni più tardi lo stesso regista, ovvero l’anno scorso, ha voluto fare un raffronto a sé stesso con il sequel il quale, tutto sommato, pare esser andato non proprio male.

Ciò però non toglie il fascino e la leggenda dell’originale, girato anche con un pizzico di follia che, quasi sicuramente, il cinema di oggi ne avrebbe urgente bisogno, troppo imbrigliato in continui vincoli che minano la creatività di chi vuole scrivere e di chi vuole riportare certi ambienti storici, seppur condito con un pizzico di fantasia in più, per narrare, semplicemente, delle storie che possano riecheggiare nell’eternità.

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