Anche in questa terza ed ultima parte di questo speciale non seguiremo l’ordine prestabilito della tracklist originale. Compiamo un bel balzo in avanti che ci porta direttamente dalla settima alla decima canzone intitolata, semplicemente, The Hitter. Un brano dal testo, a quanto pare, molto biografico, in cui il Boss farebbe persino emergere il suo secondo soprannome che gli venne attribuito una vita precedente.
Quella vita fatta di gavetta e tante speranze corrisposte dalla vita stessa, dove, alla fine dei suoi primi concerti, nei locali più sperduti d’America, era colui si occupava di raccogliere il guadagno della serata. Infatti, The Hitter, tra i tanti significati, sta per colui che fa i conti, ma sappiamo tutti che il soprannome più famoso è un altro: il Boss.
Dalla decima passiamo direttamente all’ultima, la dodicesima, per poi tornare indietro. Matamoros Banks, ascoltata all’epoca, dava l’impressione di un qualcosa di scontato e, per certi versi, anche di inascoltato. Invece oggi è ancor più attuale, visto racconta storie di tutti coloro che attraversano i confini in cerca di una vita migliore e che purtroppo non si salvano. Un tema, quello, sempre ricorrente nel corso della storia americana, quello relativo al confine con il Messico.
Dunque, le canzoni di Bruce Springsteen rappresentano storie raccontate mediante la musica. Non importa se sia solo con la chitarra o con altri strumenti in accompagnamento. Ciò che importa, ciò non lascia indifferenti a chiunque li ascolta sono i temi ed i messaggi sia impliciti che espliciti. Ne è un chiaro esempio ‘Maria’s bed’, più semplicemente ‘Il Letto di Maria’. Altra ballata folk, numero 6 della tracklist di questo album, in cui i temi toccati sono storie di intimità, di amore, di perdita e di vita della provincia americana. Una ballata molto ritmata il cui sound non lascia per nulla indifferenti.
È chiaro che in questa terza parte siamo partiti forte, senza troppe premesse e senza troppi preamboli. D’altronde vi abbiamo lasciato, per terza ed ultima parte dello speciale, il meglio dell’album nonostante il capolavoro è stato analizzato direttamente ieri, ma con la possibilità e la libertà di potervi far scoprire altre quattro piccole chicche musicali comprese in questo disco.
Bene, dalla sesta, ovvero ‘Maria’s Bed’, facciamo un balzo verso l’ottava traccia con la religiosissima ‘Jesus was a only son’, ossia ‘Gesù era figlio unico’. Un testo che racconta la solitudine del figlio di Nostro Signore, visto attraverso il rapporto padre e figlio. Una ballata particolare e che non lascia indifferente.
Come non lascia indifferente neanche il brano successivo. Piccolo, ritmato, semplice, che rievoca atmosfere del passato, di un’America ancor più rurale, quella ancor più misteriosa e poco conosciuta in cui agiscono uomini temerari che affrontano difficoltà di ogni tipo.
Su queste basi si presenta ‘Leah’, una gemma incastonata in questo disco che, molto probabilmente, non viene sempre esaltato dalla critica o ricordato neanche dai fans più scatenati. Leah è un piccolo capolavoro di cui bisogna tener conto quando si parla dello stesso Bruce Springsteen.
Considerata anonima la traccia numero 11, invece. Eppure ‘All I’m Thinking about’ è quella più scanzonata di tutte le altre. intonata in falsetto e con una voglia matta, da parte del Boss, di scherzare e di giocare con la musica stessa. In fondo, il testo stesso, legato indissolubilmente al titolo, in italiano ‘Tutto ciò a cui sto pensando’ vuole andare proprio in quella direzione; ossia, sul finire del disco di ammorbidire i toni, di alleggerire le atmosfere di un’aria che, negli Stati Uniti d’America, proprio in quel lontano 2005 era diventata pesante, come una cappa dal quale non ci si poteva sottrarre.
E con questo concetto torniamo indietro con la tracklist, quella d’apertura, quella che attribuisce il titolo all’interno disco, quella ‘Devil and Dust’ che catalizza l’attenzione di tutti, critici e no, fans e no. Una canzone scritta in un momento particolare. Pensata ed incisa in un periodo cruciale per gli stessi Stati Uniti d’America.
Erano solamente trascorsi quasi quattro anni dalla tragedia delle Twin Towers, e il verso ‘sappiamo che stiamo sbagliando, ma Dio è dalla nostra parte’ era un monito rivolto a chi, all’epoca, era il Commander in Chief. Il Boss pareva essere d’accordo solo a metà nel continuare per quella tortuosa strada chiamata guerra, nonostante fosse chiaro a tutti che una risposta ci doveva essere dopo quanto era accaduto l’11 settembre del 2001.
Nonostante il messaggio o i messaggi universali che Springsteen sprigiona attraverso la sua chitarra, attraverso la sua musica, mediante i suoi versi, la canzone Devil & Dust racconta una storia: quella di un soldato che si è trovato ad uccidere e che si ritrova a fare i conti con il proprio senso di colpa, cercando in tutti i modi la redenzione personale. Un ‘film’ già visto: quello del maledetto conflitto in Viet-Nam tra gli anni ’60 e ’70.
La maggior parte delle canzoni fino adesso analizzate, come già ricordato addirittura nella prima parte di questo speciale, sono brani scartati da dischi pubblicati in precedenza: ‘The Ghost of Tom Joad’, del 1995, e ‘Nebraska’, dell’anno 1982. Si è vero, questa volta abbiamo riportato i dischi non proprio nell’esatto ordine cronologico ma c’è un motivo: alcuni brani sono stati scartati proprio dalla seconda raccolta di inediti, in chiave folk, degli anni ’80.
‘Devil & Dust’, dal canto suo, si presenta ancor più introspettivo non solo altri due dischi folk, ma addirittura rispetto a tutta l’intera discografia del Boss. I temi affrontati, come avete visto, sono tanti: la guerra, la colpa, la redenzione e la violenza. Tutte tematiche affrontate mediante la metafora di storie uniche, nel senso i cui i protagonisti erano singoli e che rappresentavano l’intera società americana.
Rispetto a tutti agli altri lavori, soprattutto quelli acustici del 1982 e del 1995, stranamente, questo tredicesimo album è il meno considerato, il meno celebrato, per non dire il meno ricordato. Nonostante ciò, possiede una forza musicale non indifferente, con messaggi non indifferenti ed una forza e semplicità testuale che arriva dritta al cuore e che non tradisce l’essenza stessa del Boss: di raccontare l’America in tutta la sua onestà intellettuale.