Fu il tredicesimo disco della sua carriera, con messaggi carichi di significato

Sicuramente, verso la fine della prima parte di questo speciale, il Boss vi avrà caricato a dovere nell’affrontare questa settimana, la prima del mese di agosto, quella che anticipa il periodo di Ferragosto. In fondo, il brano All the way home è servito proprio a questo scopo; per una ulteriore inaugurazione. Non solo quella legata al primo giorno della settimana, ma anche per la nostra analisi di ogni singola canzone che ha inizio proprio oggi. Per ovvi motivi, come avrete intuito, non siamo partiti con la traccia numero 1 e che riprenderemo più avanti per soffermarci e non poco, sia sul testo e sia sulla motivazione che ha spinto il boss a scriverla, inciderla e pubblicarla.

In merito alla traccia numero 2, quella con cui abbiamo chiuso la prima parte di ieri, se avete notato bene, cari lettori, e soprattutto chi ha avuto il piacere di ascoltare per intero questo straordinario disco di venti anni fa, All The Way Home si apre in chiusura della prima traccia, dove sussiste una liason tra l’armonica e la chitarra elettrica che non spezzettano fra un singolo e l’altro, c’è una continuità quasi come a dire sussiste una duplice apertura: una più riflessiva, drammatica e l’altra più energica e ritmata, simile ad una cavalcata nelle praterie più famose d’America o, perché no, nelle strade più famose della nazione.

All The Way Home, la cui traduzione nella nostra lingua è un semplice ‘Fino a casa’, possiede la duplice missione di proseguire l’apertura del disco, abbandonando il sound riflessivo ma non con i versi, non con le parole.

La seconda traccia è un viaggio, dunque fino a casa, in cui i protagonisti o il protagonista rappresenta l’essenza di un viaggio, sia nel tempo che nello spazio, irto di ostacoli da superare, su cui avere la meglio e che non è detto sia sempre riferito a problemi sociali, anche a problemi sentimentali.

Tematica, quella sentimentale appunto, che viene ripresa anche nel brano successivo. Non più ‘rockettaro’ come il precedente, anzi si ritorna al tipico folk, misto al country, dove Springsteen, con il solo ausilio della sua chitarra, quasi, racconta la storia di due amanti nella cittadina di Reno, nello Stato del Nevada, anche qui il tema dell’affrontare gli ostacoli appare molto di più, rispetto a ‘Fino a casa’ una sottotrama non tanto superficiale.

Come detto, Reno, contea dello Stato del Nevada, non è stato scelto a caso. Non è solo il luogo in cui è ambientata questa storia mediante chitarra e versi, contraddistinto anche da un linguaggio nudo e crudo, ma è anche un punto di riferimento per tutte le situazioni di matrimoni e di divorzi avvenuti non solo in quel luogo sperduto d’America, ma anche in tutta la nazione a stelle e strisce. Ponendo in risalto, quindi, la complessità delle singole relazioni umane, tra scelte complicate che si parano davanti il percorso condiviso e con la capacità di ricerca sia la redenzione che l’accettazione.

E siamo alla traccia numero 4, una canzone rappresentativa, forse, di tutto il disco, rappresentativa di tutto il significato implicito nell’intero album pubblicato venti anni fa. Una canzone che possiede il tipico sound dei cowboy, con la tipica miscela tra la nostalgia, la paura che viene sconfitta dalla speranza, dalla vittoria personale nel percorso che affrontiamo tutti i giorni.

Quando venne presentata, Long Time Comin’, questo il titolo della traccia, si diceva che raccontasse la storia di un uomo che attraversava l’intero paese per raggiungere la propria donna che lo aveva reso padre e il viaggio stesso ha rappresentato una lunga attesa, questa è la traduzione del titolo di questa canzone la quale, molto probabilmente, è il vero capolavoro assoluto di tutte e dodici tracce.

Eppure, ascoltando attentamente ‘Long Time Comin’ ci viene da pensare che sostenere che il Boss sia solamente un cantante è, nei fatti, un errore macroscopico da non commettere. Bruce Springsteen è, nella sua essenza e al di là del modo in cui ci cattura con le sue composizioni musicali, è un cantastorie come non è esistono più. Soprattutto in questa epoca dove tutto sembra assomigliarsi senza alcuna anima in cui non sussiste differenza nelle singole creazioni.

Anche in questo caso, anche in questa circostanza musicale il rocker nato il 23 settembre del 1949 a Freehold, nello Stato del New Jersey, ci ha regalato una delle più belle ballate metaforiche che si potessero ascoltare. Il viaggio, inteso come mera attesa, è il vero premio per aver resistito alle avversità nel raggiungimento di qualsiasi obiettivo o la realizzazione di un sogno accarezzato da tempo e su cui si lavorava da tempo.

Una metafora che rende il suo messaggio ancor più universale di quanto si potesse credere, permettendo l’ulteriore sdoganamento del genere folk dai confini nazionali; tutto come se fosse, anche, una lunga cavalcata verso la vittoria finale e personale.

Le storie raccontate dal Boss nelle sue canzoni hanno sì sempre tematiche affini o quasi le stesse. Alle volte, però, i protagonisti cambiano o quantomeno fungono da rappresentanti di intere classi sociali. Lo sappiamo cosa state pensando, Bruce Springsteen, nella sua intera carriera, ha sempre raccontato la working class, ma mai, ufficialmente, con una canzone interamente dedicata a quella parte di società composta dagli afroamericani: ovvero ‘Black Cowboys’.

Con questo titolo rende omaggio a tutti quegli afroamericani che in ogni epoca storica hanno combattuto per la loro sopravvivenza, raggiungendo traguardi impensabili e lo possiamo dire: l’elenco dei nomi è molto, ma molto lungo.

Nel chiudere questa seconda parte, invece, ci affidiamo, direttamente, alla traccia numero 7, ovvero con Silver Palomino. Una canzone dal suono sporco, criptico, quasi drammatico. Un brano i cui accordi riecheggiano sempre il viaggio di qualcuno, il percorso di persone vissuto sempre tra mille difficoltà. ‘Silver Palomino’ si pone, rispetto a tutte le altre ascoltate ed analizzate fino adesso, come una parabola amara che non significa che il finale sia privo di speranza anzi, tutto al contrario. In fondo, Bruce Springsteen non ha mai smesso di tenere alta la bandiera del sogno americano…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *