Tra il 1989 ed il 1990 gli ideatori del primo e storico film vollero realizzare non una, ma ben due parti per mettere la parola fine al franchise

Proprio sul particolare della nostalgia, sulla base del già visto Bob Gale e Robert Zemeckis, riscrivono quasi tutto il secondo capitolo sulla falsariga del prima. Non è tanto una questione di rimandi, non è tanto una questione su cui appare evidente che manchino le idee per proseguire la storia, al contrario: è il rivoluzionare il tutto, l’apparente incasinamento che trova una sua logica e conclusiva, seppur non ancora definitiva, in cui il presente si mescola con il passato e quest’ultimo con il futuro che ancora deve essere nelle forme e nelle condizioni già viste ma che comunque arriverà, perché nulla è stato scritto. Su queste basi, in fondo, si poggia Ritorno al Futuro – Parte III che uscì il 25 maggio del 1990.

“Ho due bambini e, di conseguenza, abbiamo visto Ritorno al futuro innumerevoli volte in video. Quando ho incontrato Bob e Bob, e mi hanno detto cosa avevano in programma per la Parte III, e che sarebbe stato un western, i miei occhi si sono illuminati”. Questa volta le dichiarazioni non sono dei soliti noti e neanche di Steven Spielberg. No, chi le ha rilasciate molti anni più l’uscita del terzo ed ultimo capitolo del franchise, fu l’attrice Mary Steenburgen, la quale impersona il ruolo della donna di cui si innamora il Dotter Emmett Brown.

“Ho recitato la stessa scena in quel film e nella Parte III: un uomo di un periodo diverso mi dice che è innamorato di me, ma deve tornare al suo tempo. La mia risposta in entrambi i casi è, ovviamente, incredulità, e li caccio fuori dalla mia vita. In seguito, scopro che mi sbagliavo e che, in effetti, l’uomo è davvero di un altro tempo, e vado dietro a lui per professare il mio amore. È una sensazione piuttosto strana trovarti a rifare la stessa scena, a tanti anni di distanza, per la seconda volta nella tua carriera”.

In queste parole c’era tutta la contentezza, per non dire anche l’onore, di lavorare nel terzo capitolo, interpretando la maestra elementare Clara Clayton. Infatti, se l’adolescente Marty McFly, fin da subito, in tutta la saga ha una fidanzata, la situazione del suo amico di avventure era ben diversa. Nel senso che i due autori cercarono fin a partire dal secondo capitolo di non farlo apparire single. Ma questo aspetto lo dovettero rinviare all’ultimo film permettendo, così, anche uno strano scambio di ruoli, per un paradosso.

I due autori decisero, in questa terza avventura temporale, di invertire, un po’, le personalità dei due. Più maturo l’adolescente e più ragazzino l’anziano scienziato che si ritrova a vivere, per uno strano caso del destino anche, il suo sogno più grande: di vedere e vivere nell’epoca del Far West.

Nonostante tutto, la battuta che ha il sapore di un affettuoso omaggio a Clint Eastwood è entrata, di diritto, nella storia del cinema. È bastato pronunciare il nome dell’attore più iconico, di film di genere western, dopo John Wayne: Clint Eastwood. Oltre a ciò, Michael J. Fox in questo omaggio o tributo, come preferite, anche ironico, non si limita a far dire al suo Marty McFly solo il nome dell’attore iconico, ma indossa anche lo stesso poncho che lo stesso Eastwood sfoggiò nel leggendario film diretto da Sergio Leone, ‘Per un Pugno di Dollari’, di venticinque anni prima. Piccola e grande opera cinematografica che consacrò agli occhi del mondo l’attore nato a San Francisco ormai novantacinque anni fa.

La storia, comunque, oltre a svilupparsi senza forzature, senza buchi di sceneggiatura ed essendo di quattro generi ben specifici come la commedia, la fantascienza e l’avventura, deve tener conto dell’ultima tipologia. Anche se non è un vero western, semmai solo di ambientazione, il duello ci deve essere sempre e anche il dettaglio, non proprio insignificante che lo stesso ragazzo di Hill Valley risulti essere anticipatore non solo di Chuck Berry ma anche di gesta memorabili che l’attore di San Francisco proporrà davanti alla macchina da presa in tutta la sua lunga carriera. ovvio che il duello è simil commedia che da classico western e gli autori non volevano nemmeno realizzare una parodia della celebre scena finale con Clint Eastwood e Gian Maria Volontè, ma solo realizzare una scena del tutto ironica e spensierata.

L’intento è riuscito, come è anche riuscito il tentativo di creare ancor più pathos o comunque emozione durante le fasi di quello che è stato l’ultimo viaggio nel tempo dei due protagonisti insieme. Si, è vero ce ne sarà un altro. ma quello compiuto da Doc, con tanto di locomotiva del tempo, ha il sapor del commiato e dell’addio al pubblico che, ancora oggi, non ha mai abbandonato i suoi beniamini. Lo stesso pubblico che chiede, a gran voce, di non realizzare il quarto capitolo della saga.

Si, avete letto bene. se in alcuni casi si richiede di riprendere un vecchio personaggio o quantomeno di continuare una determinata storia, qui la situazione è tutta al contrario. è pur vero che sussiste una minima parte che vorrebbe un quarto film, a metà strada tra un sequel ed un reboot. Le ipotesi, in questi lunghi trentacinque anni, non sono mai venute meno.

Qualcuno avrebbe persino proposto di far impersonare il ruolo dello scienziato pazzo a Michael J. Fox. Ma non è solo questo. L’idea di un terzo sequel di Ritorno al Futuro incominciò a farsi strada, in maniera ancor più insistente rispetto alle altre volte, in occasione di quello che era il penultimo film della fase I della Marvel Cinematic Universe.

In modo particolare ciò che attirò l’attenzione di molti erano due specifici personaggi, ma non tanto per il nome, Spiderman ed Iron Man, semmai il modo in cui i due attori, Tom Holland e Robert Downey jr, dialogavano tra loro. Quel modo di battibeccare, di appoggiarsi l’uno con l’altro e anche quando lo stesso Peter Parker veniva ripreso e tutto in modo genuino, avevano ricordato e non poco gli stessi Michael J. Fox e Christopher Lloyd nei tre film celebrati in questo reportage…

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