Prima parte della nostra recensione sull’attesissimo cinecomic di James Gunn: Superman

L’attesa era finita ieri e ‘Superman’ di James Gunn è finalmente approdato sul grande schermo per resettare, ufficialmente, ciò che era stato realizzato nel precedente universo cinematografico della Dc Comics. Eppure, sappiamo tutti che non è solo per questo che la nuova trasposizione in carne ed ossa dell’eroe di Krypton non era attesa solamente per questo motivo. C’è dell’altro, un ulteriore dettaglio che non ha più avuto riscontro, positivo, a partire dai lontani anni ’80.

Non tanto da ‘Superman II’, del 1980; forse da ‘Superman III’, di tre anni più tardi. si, perché come vi abbiamo raccontato nei quattro lunghi speciali precedenti i primi tre episodi sono quelli più convincenti. Il quarto, sempre con l’attore storico, fu un totale fallimento ed è per questo motivo che si dovettero attendere quasi venti anni più tardi per un ritorno in grandissimo stile.

Ammettiamolo, Brandon James Routh sfiorò l’impresa, se Brian Singer non si inventò, di sana pianta, un finale troppo cupo. È vero, nel 2006 eravamo ancora vicino all’11 settembre del 2001 e la voglia di giocare, di scherzare, di infondere od instillare speranza non ce l’aveva più nessuno. Allora ci ha provato anche Henry Cavill, tirato in ballo da Zack Snider. Ma anche lui ha fallito miseramente. Attenzione però e quando sussiste un però in questo tipo di discorso è chiaro che qualcosa è bene precisarlo.

L’attore britannico si è ritrovato con un film che era, senza mezzi termini, la fusione dei primi due capitoli leggendari con Christopher Reeve, datati 1978 e 1980, e con toni ancor più cupi di ‘Superman Returns’ del 2006 come abbiamo già specificato. Da quel momento rimanendo sempre nell’ambito del film stand alone, l’uomo d’acciaio non ha più trovato vita facile sul grande schermo; e non solo da quel momento in poi, anche prima.

Oltre al passato già menzionato, si pensi anche agli episodi corali come con l’uomo pipistrello e la disastrosa Justice League. Si era capito che qualcosa non funzionava e il suo stesso franchise, come quello dell’intero universo targato Dc Comics, faceva acqua da tutte le parti. Uno smacco inenarrabile per il primo supereroe apparso nella storia dei fumetti a partire dal lontanissimo 1938.

Chi ha avuto il coraggio di ripartire da zero e ricominciando proprio da lui, come ormai sappiamo da ben un anno è il regista James Gunn, il quale non solo si è caricato sulle proprie spalle ‘Superman’ ma tutta la Dc Comics. Ma anche in questo caso mettetevi comodi, cari lettori, perché andiamo con ordine, partendo dai tre classici aggettivi o, per essere ancor più precisi, da tre punti ben distinti fra di loro cercando, ovviamente, di non fare troppi spoilers.

Coraggio, evocativo e speranza. Tre parole non scelte a caso, tre parole che potrebbero essere ancora di più, ma che rappresentano l’essenza del nuovo Superman, le quali determinano questa nuova trasposizione, la settima in ordine cronologico, dell’uomo d’acciaio. Ecco, possiamo tenere in considerazione anche quest’altra espressione, anch’essa evocativa di uno dei tanti nomi e titoli attribuiti al personaggio ideato da Joel Shuster e Jerry Siegel quasi cento anni orsono.

L’acciaio, dicevamo. Inteso come materiale invincibile, come materiale indistruttibile. Ma tutti sanno che Kal-El, figlio di Jor-El, scienziato dello sfortunato pianeta Krypton, è stato allevato, in fasce come un essere umano e questo lo fa essere, per un paradosso, più umano degli umani stessi.

Stessi difetti, stesse insicurezze, ma stesso coraggio, appunto, una delle tre parole menzionate in precedenza. Coraggio per cosa? Chiederete voi? Nell’affrontare in momenti più complicati, i momenti più ardui, quelli dai quali, in certe occasioni, è anche complicato uscirne vivi. Dunque, non basta avere dei poteri, un costume, la forza sovrumana o quella di più di dieci uomini, un costume ed un mantello.

No, serve quel qualcosa in più che contraddistingue le azioni che si attuano con tanto di motivo alla base, nell’essenza. Coraggio anche per un altro motivo e in questo caso usciamo dal mondo fantastico che ci ha mostrato James Gunn per parlare di lui e di quella che, all’inizio per molti, veniva vista come una follia fin dalle prime fasi embrionali o, nel gergo più tecnico, di pre-produzione: i troppi personaggi presenti già nel primo film, troppi supereroi o meta umani che appaiono in quello che è stato definito nel primo episodio del primo capitolo della nuova saga della Dc Comics intitolata: Capitolo I – Dei e Mostri.

In effetti, lo stesso Gunn non ci aveva girato intorno quando l’anno scorso, di questi tempi, specificò che Superman, nella trama, era operativo già da qualche anno e che agiva, in tutto e per tutto, in un mondo già contraddistinto dalla presenza di esseri superiori o comunque con abilità o poteri particolari.

Il coraggio, in questo caso, è stato quello di saper ripartire da zero senza, mai e poi mai, tradire ciò che è stato in precedenza. Un’operazione, la sua, che poggia le basi, come detto, per il futuro del personaggio, richiamando momenti, attimi, pensieri e volti di un tempo che fu. Semmai, il volto per antonomasia da quel lontano 1978.

Ed ecco che entriamo nella dimensione di ciò che dovrà essere sempre e dal quale non si potrà mai prescindere: Christopher Reeve, ora come ora, non è più uno spauracchio per chiunque indossi quel costume anzi, è visto come un mantra insieme a Richard Donner, regista del primo e leggendario Superman del 1978, insieme a John Williams, autore di quella maestosa colonna sonora che John Murphy e David Fleming hanno saputo riproporre senza mai snaturare la partitura originale dello stesso Williams.

Se un tempo Christopher Reeve, Margot Kidder e Gene Hackman erano i tre attori che nessuno è riuscito a scalzare in questo nuovo Superman si è visto, allo stesso tempo, sia qualcosa di già visto e sia qualcosa di nuovo, per una miscela che si è rivelata davvero vincente.

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